mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
13.02.2004
-
| di FRANCO CARLINI,
Allarme biodiversità alla Cop7
COP7 è il nome in sigla della settima «Convention on Biological Diversity» che si sta svolgendo in questi giorni a Kuala Lumpur, in Malaysia, evento internazionale mai così trascurato dai media e dalla politica. Arriva dopo il deludente Summit mondiale del 2002 a Johannesburg, che era dedicato allo sviluppo sostenibile, e dovrebbe consolidare un processo decennale il cui obbiettivo è di creare un sistema globale di aree terrestri e marine protette, al di là delle giurisdizioni nazionali. L'idea di fondo è che la diversità biologica è un patrimonio da cui l'umanità stessa dipende per la sua sopravvivenza e che questa biodiversità è ad altissimo rischio per effetto dell'azione umana. Alle minacce più note, come la deforestazione, se ne sono aggiunte di recenti, come la pratica della pesca a strascico in fondali profondi il cui beneficio economico è minimo, ma il cui danno di lunga durata è enorme. Un rapporto in proposito è stato presentato a Kuala Lumpur da Wwf, World Conservation Union, e Natural Resources Defense Council: segnala che 300 navi da pesca, appartenenti a 13 nazioni, stanno raschiando il fondo degli oceani con tali strumenti distruttivi. La spinta viene dal progressivo esaurimento dei banchi marini in prossimità delle coste; da qui la decisione di dedicarsi alla pesca profonda, a 200 metri di profondità e oltre. Ma l'effetto è disastroso perché negli abissi marini risiede gran parte della diversità biologica degli oceani. E' un classico esempio di «Tragedy of Commons». Con questo termine si indica quel fenomeno per cui un bene comune proprio per il fatto di non essere di nessuno, viene saccheggiato da tutti, portandolo a esaurimento completo; dopo di che non ce n'è più per nessuno.
Ma un altro problema è stato posto a Kuala Lumpur, ai margini della conferenza: si sono presentati infatti i membri dell'International Indigenous Forum on Biodiversity (IIFB). La loro posizione è chiara: non si discute e non decide sulle aree da proteggere senza dare la parola a chi ci abita da sempre. Ha dichiarato Sinfasi Makelo Adrien dal Congo: «E' inaccettabile stabilire delle aree protette sulla nostra terra e sui nostri territori ancestrali senza il nostro consenso preventivo». No dunque allo spostamento forzato delle popolazioni alla distruzione di siti sacri e delle culture tradizionali. La denuncia di Makelo era rivolta ai governi di Congo, Kenya e Tanzania, paesi in cui la scelta apparentemente lungimirante di ampliare le riserve naturali è stata fatta sulla pelle dei pigmei e delle popolazioni locali, al massimo indennizzate monetariamente (ma non sempre), per lasciare spazio alla natura presunta selvaggia, ottima fonte di valuta per gli zoo safari fotografici di noi occidentali amanti della naturalità. E' lo stesso problema posto dalle popolazioni nomadi, vittime designate dei confini tra stati e delle riserve naturali. Lo ha ricordato Joseph Ole Simel, della «World Alliance of Mobile Indigenous Peoples», la quale raccoglie 360 tribù. Simel, che è un Masai del Kenya, ha voluto segnalare il ruolo storico che il nomadismo ha sempre svolto nella conservazione del territorio e della biodiversità: la vita nomade accentua il trasferimento di semi e insetti, e storicamente creato dei «corridoi biologici» tra habitat diversi; questi corridoi sono sempre stati essenziali per la sopravvivenza e la ricchezze delle specie, tant'è vero che dove sono scomparsi, si sta pensando di ricrearli artificialmente. «Noi, popoli nomadi, abbiamo le nostre istituzioni, autorità, meccanismi di decisione, sanzioni e leggi e abbiamo dimostrato di saperci gestire nelle condizioni ambientali più difficili al mondo» - ha detto con orgoglio. La consapevolezza di questi problemi si è fatta strada da tempo tra le associazioni ambientaliste più consapevoli e anche in alcuni governi. L'idea dei parchi naturali come luoghi recintati sorvegliati da ranger armati e punteggiati da lodge per turisti da barbecue, si è del resto rivelata insostenibile, perché ha suscitato l'ostilità delle popolazioni che non ne traggono alcun beneficio e semmai solo perdite.
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