mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
24.02.2004
-
| di CAROLA FREDIANI,
Una proprietà intellettuale solidale?
Lungo l'asse che unisce e contrappone la biodiversità con la bioprospezione (la raccolta di materiali organici in luoghi naturali e incontaminati a fini commerciali) si collocano tante tappe intermedie, alcune delle quali potrebbero riportare in pareggio il rapporto fra i due termini. E agente di questo riequilibrio potrebbe essere proprio quel sistema di diritti di proprietà intellettuale che spesso le popolazioni indigene (e non solo) bollano come il loro peggior nemico. A sostenere questa tesi, presentata alla settima «Convention on Biological Diversity» di Kuala Lumpur (Malaysia), è uno studio firmato, come dire, dal diavolo e dall'acqua santa: da un lato il programma Onu per la difesa dell'ambiente (Unep), dall'altro l'Organizzazione mondiale sulla proprietà intellettuale (Wipo) che fino ad oggi ha avallato una politica piuttosto rigida in materia di protezione dei brevetti, più favorevole alle grande aziende del Nord che alle comunità e agli Stati del Sud. Lo studio (http://www.wipo.int/tk/en/unep/Part-III-04-07-02.doc) sembra la tardiva presa d'atto di un problema, insieme al tentativo di conciliare, per una volta, interessi contrapposti. In particolare pone una domanda fondamentale: come realizzare un sistema che ricompensi equamente Paesi e popolazioni per le loro risorse genetiche e per i loro saperi tradizionali, a lungo tramandati e preservati? Di certo, non con gli accordi volontari oggi esistenti, risponde subito lo studio, redatto da un professore indiano, Anil K. Gupta, fondatore della Honeybee Network, una rete indiana che ha documentato 10 mila conoscenze tradizionali in materia di risorse biologiche e genetiche. Infatti questi accordi su base volontaria - in pratica dipendenti solo dal senso di responsabilità delle compagnie e degli scienziati che eseguono attività di bioprospezione nel Sud del mondo - sono a dir poco inefficaci, sostiene lo studio. Al punto da rendere impellente la necessità di creare un trattato internazionale con poteri coercitivi.
D'altra parte - ribadisce il professor Gupta - l'uso di strumenti di tutela della proprietà intellettuale può servire a realizzare un sistema di distribuzione dei benefici, aiutare alcune regioni a superare la povertà, e incentivare la conservazione delle conoscenze tradizionali proprio per il fatto di renderle «fruttuose» economicamente, evitando l'abbandono di luoghi e di pratiche.
Tutto questo in linea teorica. Come questo Eldorado si realizzi poi nella pratica resta infatti ancora fumoso. Anche se le stesse iniziative portate avanti dalla Honeybee, di supporto della creatività e dell'innovazione dal basso, possono essere un esempio.
Tra i modelli non sempre del tutto positivi, invece, si colloca il caso del riso del Mali, ampiamente analizzato nello studio Unep/Wipo. Qui siamo di fronte a una varietà selvatica di riso che mostra un'eccezionale resistenza a una ruggine batterica particolarmente devastante per la coltura «normale». Il suo codice genetico verrà dunque sequenziato, clonato e brevettato, non prima però di una girandola di passaggi: dalle popolazioni del Mali che lo usavano e ne conoscevano le particolari proprietà a un centro di ricerca in India dove viene identificata la resistenza al batterio, a un istituto nelle Filippine in cui viene individuato uno specifico locus del codice genetico, fino alla Univeristy of California a Davis in cui il gene viene mappato, eccetera. A questo punto si istituisce un fondo che si occupa di distribuire i benefici derivanti dall'utilizzazione commerciale del gene brevettato fra tutti i soggetti coinvolti, abitanti del Mali compresi. E che tipo di benefici vengono offerti al paese africano, e in particolare alla comunità Bela, una popolazione molto povera che di quel riso si nutre e di cui conosce ogni proprietà? Delle borse di dottorato alla University of California. Ma, si chiede il prof. Gupta, cosa se ne fanno di un dottorato, visto che fra di loro nessuno è in grado di prendervi parte? Non sarebbe stato meglio coinvolgere quelle comunità fin dall'inizio del tortuoso processo di bioprospezione e sequenziamento del riso?
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