mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
11.03.2004
-
| di MARINA FORTI,
Timor est, contrabbando di caffé
All'indomani dell'indipendenza di Timor Est gli ottimisti parlavano di petrolio, di caffè, magari anche di turismo in un futuro non troppo lontano: su queste sue risorse naturali la nuova nazione, per quanto minuscola e povera, poteva sperare di costruire un futuro autosufficente. Il petrolio è in mezzo al mare, nei giacimenti off shore di quella zona Timor e l'Australia su cui la sovranità resta oggetto di trattative, ma qualche reddito ha cominciato a produrlo. Quanto al caffè le cose sono più complicate: anni di conflitto, l'occupazione indonesiana e il suo epilogo violento hanno devastato la parte orientale dell'isola di Timor, incastrata tra l'arcipelago indonesiano e l'Australia. Quest'anno, dicono gli esperti, la qualità del raccolto è notevolmente migliorata, ma il settore sconta ancora problemi che vanno dalle piante ormai invecchiate (dunque piantagioni meno produttive) alle pessime strade. E però il problema maggiore, dicono gli esperti, è il contrabbando: pare che qualcosa come il 40% del raccolto di caffè timorese sia finito oltre il confine, a Timor Ovest (provincia dell'Indonesia), ma ci sia finito per vie non ufficiali. Non stiamo parlando di grandi quantità, è ovvio: l'intero raccolto di Timor Leste è stimato quest'anno tra le 6mila e le 11mila tonnellate. E' una quantità irrisoria nel mercato mondiale del caffè, e però Timor orientale dipende dal suo caffè: è la maggiore voce dell'export, la parte più importante del settore agricolo, e da lavoro e reddito a circa 40mila famiglie. La Far Eastern Economic Review riferisce commenti allarmati: «Il governo deve fermare il caffè che viaggia attraverso il confine», dice Kenny Lay, direttore di Timorcorp, una dele due maggiori aziende timoresi del caffé. Secondo lui il governo dovrebbe decretare che solo commercianti che hanno impianti di lavorazione a Dili possono acquistare i grani di caffè direttamente dagli agricoltori. Nei primi 10 mesi del 2003 Timorcorp ha esportato (legalmente) circa 108 containers di caffè da Dili, ovvero circa 2.000 tonnellate di grani di caffè non torrefatto. E' il signor Lay a stimare che il raccolto totale del paese sia 11mila tonnellate. L'altra compagnia timorese del settore, Café Cooperative Timor (Cct), stima pià ragionevole la cifra di 5 o 6.000 tonnellate di caffè fresco. Café Cooperative Timor afferma di aver esportato attorno a 1.700 tonnellate di grani di caffè fresco nei primi 10 mesi del 2003, di cui circa metà con la certificazione di «biologico» (che è un valore aggiunto: il caffè organic può strappare il doppio del prezzo, attorno a 75 centesimi di dollaro la libbra che equivale quasi mezzo chilo. Il settimanale asiatico riferisce le previsioni speranzose della Café Cooperative Timor, che ha investito molto nel migliorare le piantagioni e l'anno prossimo punta a esportare fino all'85% di caffè biologico di alta qualità).
Comunque sia, è chiaro che una parte notevole del sìcaffé raccolto a Timor Leste sarà esportato per vie illegali e sulle cause di un contrabbando così voluminoso entrambe le aziende concordano: dicono che è per via dell'alto costo del lavoro. Le Nazioni unite, che nei due anni di amministrazione provvisoria hanno di fatto plasmato la nuova nazione, hanno lasciato a Timor Leste un'economia dollarizzata (in dollari Usa). Gli amministratori Onu avevano cercato così di dare una stabilità fiscale a Timor orientale, dove il dollaro australiano e la rupiah indonesiana competevano per la supremazia (con profitto solo dei cambiavaluta del mercato nero). Sembra che il differenziale nel costo del lavoro (in dollari Usa) abbia lasciato spazio a intermediari che comprano direttamente dagli agricoltori il caffè semi-lavorato e poi lo contrabbandano attraverso il confine, fino alla città di Atambua, a Timor Ovest, che funge da punto di raccolta: da cui il caffè est-timorese è imbarcato per Surabaya (porto orientale di Java) o per Bali, dove sarà lavorato e messo in commercio come «Java coffee», caffè giavanese. Così, l'Indonesia continua a sfruttare la sua ex «colonia».
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