mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
09.04.2004
-
| di MARINA FORTI,
I diamanti restano insanguinati
L'indagine si è svolta solo negli Stati uniti, ma è indicativa e tira in causa alcune firme e aziende mondiali. Alcuni investigatori di Global Witness - organizzazione indipendente londinese che indaga sul nesso tra risorse naturali e conflitti - si sono presentati in alcune delle gioiellerie più note, come semplicissimi acquirenti, e hanno chiesto ai venditori: questo diamante è pulito, non viene da zone di conflitto? che garanzia mi può dare che non ha finanziato una guerra? Hanno visitato i negozi di prestigiose firme internazionali come Bulgari, Cartier, Harry Winstone anche grandi catene di gioiellerie come Littman Jewelers, Whitehall Jewelers, o i banchi gioielleria di Bloomingdales, Macy's e Saks Fifth Avenue: in tutto 33 punti vendita di 30 aziende. Indovinate? i commessi venditori sono caduti dalle nuvole. Solo in quattro casi hanno dato risposte nel merito. Riferisce Global Witness: «C'è in generale un basso livello di consapevolezza tra i dipendenti circa la politica delle rispettive aziende sui diamanti di guerra». L'organizzazione indipendente ha proseguito la sua indagine interpellando le direzioni delle medesime trenta aziende, prima con una richiesta scritta di spiegazioni poi con una telefonata. Su trenta, 25 non hanno neppure risposto (tra cui, oltre a tutte quelle citate, anche Van Cleef & Arpels e Wempe). Solo cinque aziende su 30 hanno risposto, e per iscritto (Fortunoff, Pampillonia, Tiffany, il Signet Group e Zale Corporation). Global Witness ha raccolto la sua indagine in un rapporto diffuso la settimana scorsa a Dubai, all'assemblea annuale del World Diamond Council (Broken Vows, «Impegno disattesi»: www.globalwitness.org).
Diamanti di guerra», o «insanguinati», è il termine coniato negli anni `90 per indicare le gemme provenienti da regioni in preda a conflitti o guerre civili, e che si presume abbiano finanziato armi, milizie, eserciti ribelli: insomma, le gemme che servono ad alimentare la guerra stessa. Erano state proprio organizzazioni come Global Witness, Human Rights Watch o Amnesty International a denunciare come i diamanti siano diventati negli anni `90 il principale carburante della guerra in Angola, quando l'esercito del ribelle Jonas Savimbi aveva il controllo delle maggiori regioni diamantifere del paese. Il fatto è che quei diamanti arrivavano tranquillamente sul mercato «libero», organizzato per drenare gemme da qualunque fonte, governativa e non, senza guardare per il sottile. Savimbi ha smerciato i suoi diamanti anche quando più tardi l'Onu ha decretato embarghi sulle pietre non vendute attraversi i canali ufficiali del governo angolano. Più tardi qualcosa di simile è successo con la Sierra Leone e la Liberia. Le denunce delle organizzazioni per i diritti umani però hanno fatto scandalo, il legame tra il sangue delle guerre africane e lo scintillìo delle gioiellerie era diventato imbarazzante per l'industria diamantifera. Così nel 2001 i maggiori paesi produttori di diamanti, le aziende che li commerciano (prima la sudafricana De Beers, che ha in pratica il monopolio del mercato mondiale delle pietre grezze) e quelle che li lavorano e li rivendono, hanno avviato colloqui per rendere trasparente il mercato. E' stato chiamato Kimberley Process (dalla città africana dove avvenne la prima riunione). Il 1 gennaio 2003 è entrato in vigore un sistema di certificazione: ormai ogni diamante grezzo che arriva sul mercato va accompagnato da un certificato di origine emesso dal paese produttore. Il sistema è volontario, ma ogni paese e ogni azienda aderente a questo patto che non si attiene alle norme dovrebbe essere considerato come una sorta di ricettatore di merce illegale. In teoria.
L'indagine condotta da Global Witness su trenta aziende negli Usa dice che sul lato dell'industria, la certificazione è ancora ben poco praticata, almeno al dettaglio. «I gioielleri sono il volto pubblico dell'industria diamantifera e hanno la responsabilità di attenersi alla certificazione e spingere perché i loro fornitori lo facciano», commenta Global Witness: «Finora hanno fatto grandi dichiarazioni di intenti, ma nulla per praticarli».
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