mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
12.05.2004
-
| di FABIO MASSIMO PARENTI
,
Concimare con la tefrosia
In Vietnam la semina delle tefrosie a maggese ha ridotto i tempi in cui i terreni vengono tenuti a riposo da 5 a 1-2 anni, con ovvi benefici per le connesse attività umane. E' solo uno dei tanti esempi sull'uso di «coltivazioni di copertura e concimazione verde» (cc/vv) che, come la tefrosia vogelii, la canavalia ensiformis e altre varietà erbacee e arboree, sono in grado di vivere in terreni poveri, fertilizzandoli e proteggendoli. Di recente l'importanza delle «coltivazioni di copertura e concimazione verde» è stata ribadita in un interessante articolo della rivista internazionale Leisa (pubblicata dal Centro d'informazione sull'agricoltura sostenibile a basso input energetico - Ileia), dove si spiega come le cc/cv (tecnologie sostenibili) abbiano ottenuto successo in varie parti del mondo, sia nel mantenere e migliorare la fertilità del suolo, sia nel controllare le erbe infestanti, permettendo di ridurre o eliminare erbicidi e fertilizzanti di sintesi. L'autore dell'articolo, Roland Bunch - membro di Cosecha, una società di consulenza agricola con sede in Honduras - si basa sull'esperienza di 20 anni d'osservazione su 141 sistemi «cc/cv», che, in diverse regioni africane, asiatiche e latinoamericane, hanno riguardato 41 cultivar. Si tratta, nel 60 percento dei casi, di sistemi di gestione della terra sviluppati dagli stessi agricoltori, a dimostrazione della centralità delle conoscenze indigene nella ricerca di soluzioni ai problemi locali.
Dall'articolo di Bunch si evince che numerose specie di piante erbacee, arbustive o arboree introdotte in vari sistemi agricoli con problemi pedologici, relativi al suolo, sono soprattutto leguminose che fissano l'azoto nel terreno (del gruppo della famiglia delle Papilionacee), spesso coltivate insieme o intercalate ad altre colture per l'alimentazione animale o umana (come la cassava, il mais, alberi da frutta ecc). E le «cc/cv» di maggior successo sono quelle che, oltre ad arricchire il terreno di sostanza organica - un risultato che emerge nel tempo - svolgono, contemporaneamente, la funzione di controllo delle erbe infestanti e di produzione di frutti commestibili per l'uomo e/o per gli animali.
Altri studi, come quello dei ricercatori Jules Pretty e Rachel Hine della University of Essex, dimostrano l'efficacia di alcuni sistemi a maggese, variamente ideati in Africa Orientale, in grado di raddoppiare o addirittura quadruplicare i raccolti di mais nella stagione successiva, «riducendo nel contempo la diffusione dei parassiti, producendo legna da ardere e foraggio per gli animali e migliorando le condizioni del terreno».
Il punto è trovare la giusta combinazione di colture, da consociare o ruotare, e questa combinazione va ricercata considerando attentamente le esigenze delle persone, le risorse a disposizione e le condizioni bioclimatiche di un dato sistema agricolo. Nessun manuale è capace di dirci esattamente quale tecnologia potrebbe o dovrebbe essere usata in ogni caso particolare: è essenziale, dunque, attingere dalle conoscenze cumulate nei saperi locali.
Tante sono le tecnologie agroecologiche che sono già state sperimentate con successo nelle terre «marginali» (che poi non sono marginali affatto, perché si stima ci vivano 1,8 miliardi di persone), mentre tante altre potranno derivare da un intensificarsi degli scambi mondiali di esperienze locali. Il ruolo principale dell'associazione Ileia è proprio quello di fare da tramite nella raccolta e diffusione di informazioni/conoscenze su pratiche agricole innovative. Tutto questo dice infine che cercare soluzioni di ingegneria genetica delle piante per aumentarne la resistenza a situazioni di siccità o a terre sterili non è una strada adeguata né la migliore: meglio andare oltre quell'approccio che considera solo il «potenziale genetico delle colture» (isolate ed estrapolate dal loro contesto naturale), poiché problemi ecologici complessi e duraturi come la scarsità d'acqua non troveranno mai soluzioni univoche e veloci - come ci insegnano i più famosi agroecologi.
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