mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
21.05.2004
-
| di STEPHANE BRUNO
,
Isole perdute nei mari del petrolio
Non è più un segreto diplomatico che le riserve petroliere statunitensi stanno per esaurirsi, e che la petrocrazia texana cerca nuove aree da sfruttare. Così le abbondanti riserve petrolifere sottomarine della piattaforma continentale del Golfo del Messico fanno gola a molti consorzi multinazionali: zone marine contese, che si sono trasformate per gli Stati Uniti in un problema di strategia energetica e di sicurezza nazionale. Le ricerche di tre cattedratici della facoltà di Scienze politiche dell'Università Nacional Autonoma de Mexico (Unam) hanno confermato quello che già molti sospettavano. Ruben Cuella, Fabio Barbosa e Roberto Peña hanno dichiarato che le riserve di idrocarburi a basse profondità nella zona sono molte di più di quelle negoziate nel trattato energetico firmato nel 2000 con gli Usa, valutandole a un potenziale di 22.500 milioni di barili di greggio. In questo trattato, che assegnava al Messico le zone le più profonde e le più difficili da sfruttare, si stabilivano i limiti territoriali messicani del poligono orientale della piattaforma continentale oltre le 200 miglia nautiche. Restano da definire quelli del poligono orientale, una zona sottomarina di 20.000 chilometri quadrati di fronte a New Orleáns e allo Yucatán, il cui possesso è ripartito fra Stati Uniti, Messico e Cuba. Quello che è in gioco, e che dovrà essere presentato alla Commissione dei Limiti della Piattaforma Continentale dell'Onu, non sono solo i circa 100 milioni barili di petrolio o l'ingiusta precedente ripartizione fra i tre stati (80% agli Usa, 20% al Messico e 10% a Cuba), ma sopratutto i diritti di sovranità territoriale nazionale messicana. Sorprende parecchio l'opinione pubblica per esempio che alcuni banchi marini (come il banco Arias) e addirittura un'isola, la isola Bermeja, che le carte geografiche fin dal 18 secolo presentano come parte del territorio messicano, siano d'improvviso scomparse dalle mappe del trattato.
Fin dalla nazionalizzazione dell'industria petrolifera degli anni `40 i governi messicani hanno protetto e difeso il patrimonio energetico nazionale. Ora però, nascondensodi dietro la necessità per l'ente nazionale Pemex di attualizzarsi in tecniche estrattive più competitive, e di fronte alla ferma opposizione del parlamento a denazionalizzare il patrimonio energetico, il governo sta liquidando le risorse petroliere del paese in modo subdolo, come dimostrano i recenti contratti con Texaco, Shell, Repsol Ypf, Techint e pare ancheTotal.
Ne sono esempi la zona di 950.000 metri cuadrati nell'isola Coronad, a 13 km dalle spiaggie di Tijuana, dove di recente è stata venduta una concessione alla Chevron-Texaco, che vuole costruirvi una installazione di stoccaggio di gas naturale liquido, o il mega impianto di rigasificazione Costa Azul, già aggiudicato alla Sempra e alla Shell nella zona di Ensenada (Baja California). Quest'ultima dovrebbe in parte rispondere alle necessità energetiche del sudovest statunitense attraverso una vasta rete di gasdotti. Grazie alle proteste dei cittadini, alle campagne di Greenpeace e di altre associazioni ambientaliste locali, e al fatto che nella zona ci sono vestigia archeologiche di 11.000 anni fa, una parte del parlamento statale ha per il momento deciso di chiedere alle due aziende un nuovo studio di impatto ambientale. Ma non si tratta solo di non-conformità ambientali. Come denuncia Greenpeace, «l'ampiezza del progetto è impressionante e troppo pericolosa; dopo l'11 settembre negli Stati uniti non è permesso costruire eventuali potenziali obiettivi come questo. Una installazione così grande non sarebbe mai permessa in California, però si sta costruendo in Messico per i californiani». In effetti queste due installazioni si profilano come una piattaforma strategica per garantire la distribuzione di gas naturale liquido al sud degli Stati Uniti.
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