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TERRA TERRA
25.05.2004
  • | di FULVIO GIOANETTO,
    Poveri diavoli della Tasmania
    Il feroce «diavolo della Tasmania» (Sarcophilus harrisii), un piccolo marsupiale della taglia di un cane reso popolare nei cartoons come compagno d'avventura del coniglio Bugs Bunny e dell'anatra Duffy Duck, è in pericolo d'estinzione. Largamente distruibuito in tutto il territorio australiano prima dell'arrivo dei coloni europei 600 anni fa, è stato soppiantato poco a poco in tutta l'isola dal dingo. Di abiti notturni e crepuscolari, sopravvive ormai solo più in Tasmania, in alcune remote zone rurali e montagnose del nord dell'isola, dove è ben visto dagli allevatori locali perché contruibuisce alla pulizia e igiene dei pascoli: infatti si nutre delle carcasse di pecore e vacche morte. Allo stato brado si trova ormai solo in alcune zone protette dei parchi nazionali Narawantapu, Arthur River, Mountain Williams e Cradle Mountanins, dove può percorrere, con lunghe camminate notturne, fino a 16 chilometri alla ricerca di cibo. Allo stato brado del resto la sua dieta allo stato silvestre non è per nulla fatta di carogne, perché le sue prede sono costituite da wallabies, piccoli mammiferi, rettili, uccelli, anfibi ed alcuna specie di insetti.

    Da tre anni una sconosciuta malattia ha colpito questo animale e ne sta decimando le popolazioni, ridotte ormai a un 90%. Sembra che si tratti di un retrovirus che provoca tumori facciali; le prime cifre parlano della morte di circa 110.000 «diavoli». Ed è tutta la catena trofica che è colpita, con ripercussioni su altre specie. Un recente studio condotto dal biologo Rob White dimostra che la scomparsa del piccolo marsupiale carnivoro nelle zone selvatiche e nei pascoli sta contribuendo a un aumento inusuale e vertiginoso delle carcasse di animali selvatici; nelle zone rurali concorre a un aumento di gatti semi-selvatici, che si rivelano però vettori di toxoplasmosi e stanno facendo crescere esponenzialmente i casi di aborto nelle mucche.

    Così il problema da ambientale si sta trasformando in economico, e di un'ampiezza tale da spingere le autorità a considerare l'importante funzione ecologica che svolge l'animale: così è stata creata una task force specifica per cercare di risolvere l'emergenza dei «diavoli». Il ministro dell'ambiente della Tasmania, Bryan Green, sta analizzando diverse possibili soluzioni, che vanno dal trasferire gli animali catturati in cattività per contruibuire all'incremento delle quasi estinte popolazioni australiane (con il rischio latente però di diffondere la malattia anche alla terra ferma) a quello di trasferire gli animali ammalati alle popolazioni dell'est della Tasmania, dove il contagio del retrovirus sembra sia molto più lento nel diffondersi. Alcuni ricercatori citati dal ministro ipotizzano che la malattia sia latente nell'animale e si scateni in caso di eccesso di popolazione: lo si dedurrebbe dai record storico-ambientali dell'isola negli ultimi 150 anni, da cui appare che il diavolo della Tasmania ha già subito almeno altri tre declini massicci. Come se tendesse a regolarsi e a autocontrollarsi col tempo. In effetti le popolazioni del diavolo di Tasmania aumentano repentinamente durante l'estate, quando i giovani si sparpagliano per il territorio - poi la competizione per il cibo fa sì che la stessa popolazione si riduca di un 60 % con l'arrivo dell'inverno.

    Considerati come una terribile piaga da combattere nel secolo scorso, avvelenati e catturati per decenni, i diavoli della Tasmania iniziarono a essere protetti con una legge solamente nel giugno 1941 e attualmente sono addirittura il símbolo dei servizi di protezione della vita silvestre e dei parchi nazionali nell'isola. Sempre se riusciranno a resistere a questa nuova sfida ambientale.



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