mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
09.06.2004
-
| di MARINA FORTI
,
Orissa, la «scodella di riso vuota»
La «marcia per il diritto alla terra» è partita il 31 gennaio dal villaggio di Urlandhani nel distretto di Kalahandi, tra le montagne interne dell'Orissa, stato dell'India affacciato sul golfo del Bengala. Quasi un mese e 150 villaggi dopo è giunta a Bubaneshwar, la capitale. «Sul percorso abbiamo visitato comunità tribali, sfollati, contadini senza terra, comunità di pescatori», spiega P. V. Rajgopal, fondatore e coordinatore di Ekta Parishad, «Forum Unito», un'organizzazione di massa che si batte per il diritto alle risorse essenziali come la terra, acqua, foreste (vedi Terraterra, 18 luglio 2003). Rajgopal era qualche giorno fa a Roma, ospite della Rete Lilliput. Ci ha raccontato l'esperienza del Bhathanande yatra , letteralmente «marcia per richiamare l'attenzione sulla scodella di riso vuota»: distretti remoti come il Kalahandi a volte compaiono nelle cronache per casi di morte per fame. Ma la fame «è dovuta al fatto che i più non hanno terra da coltivare, e che il diritto di accesso alla terra e alle risorse delle foreste è negato». Nel Kalahandi ad esempio gli attivisti di Ekta Parishad hanno trovato villaggi dove fino al 60 percento degli abitanti non ha terra, e sono invariabilmente caste basse o altrimenti marginali. Ma affittarne è difficile, e anche trovare lavoro come braccianti. Spesso sono le donne a lavorare nei campi, ma senza né la proprietà né il diritto a prendere decisioni. Il governo dell'Orissa non ha applicato la riforma agraria (nazionale) che mette un tetto alla quantità di terra per ogni singolo proproietario e imporrebbe di redistribuire quelle in eccesso ai senza-terra. «Il governo ha incentivato le grandi aziende agricole, così i grandi proprietari preferiscono affittare la propria terra alle grandi aziende commerciali che farla lavorare ai piccoli agricoltori a mezzadria. E questo ha accelerato l'espulsione dalle campagne», spiega Rajgopal, che si riferisce in questo caso non solo all'Orissa ma a molti stati indiani. «Così agli abitanti delle città andiamo a dire: non volete veder crescere gli slum? l'unico modo è invertire l'ondata dell'espulsione dalla terra». Ma torniamo alla «marcia della scodella di riso vuota». Al numero dei contadini senza-terra va aggiunto quello delle comunità spinte fuori dalle foreste: grandi estensioni date in concessione ad aziende minerarie o industrie o piantagioni commerciali, spesso anche terre e foreste che pure ricadono nel diritto d'uso della popolazioni indigene (gli adivasi, che significa «primi abitanti» - più spesso chiamati «tribali»). La marcia è incappata ad esempio nelle miniere di bauxite sulle montagne del Kalahandi date in concessione alla Sterlite India Ltd, azienda di proprietà di un impresario indiano residente a Londra. «Per aprire un impianto di produzione di alluminio vicino alla miniera, la Sterlite ha cacciato via 5 villaggi di adivasi» che ancora non hanno avuto risarcimenti. Altrove le foreste sono dichiarate parchi nazionali, senza preoccuparsi di fare zone cuscinetto per risistemarvi gli umani cacciati via.
«In una certa zona chiamata Barbara Forest abbiamo scoperto che il Dipartimento forestale usa i paramilitari per tenere lontano le comunità senza terra», continua Rajgopal, «sul lago Chilika abbiamo fatto causa comune con le organizzazioni dei pescatori che si vedono cacciare via dall'espansione degli allevamenti commerciali di pesce». «Gli ultimi 80 chilometri, sulla strada nazionale per Bubaneshwar, eravamo ormai tremila persone. Alla fine il chief minister [il capo del governo statale] è venuto a incontrarci e in un'assemblea pubblica si è impegnato a istituire una commissione statale per esaminare le questioni che abbiamo sollevato»: foreste, miniere, redistribuzione della terra da coltivare, gestione dei parchi, e il diritto legale delle comunità «tribali» all'accesso alle risorse della terra. Ed è questo l'obiettivo che Ekta Parishad, insieme ad altri movimenti popolari, vuole proporre a livello nazionale: chiedere l'istituzione di una «Commissione nazionale sulla terra», rimettere all'ordine del giorno politico la vita del 70 percento di indiani che vive di agricoltura. Una sfida al nuovo governo di New Delhi.
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