mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
13.06.2004
-
| di SARAH TOBIAS
,
Ma le balene mangiano troppo?
Sono partiti! Tre giorni fa hanno levato le ancore i battelli giapponesi per l'usuale stagione di caccia alle balene. In pieno oceano sono già da settimane le navi della Norvegia, mentre l'Islanda ha promesso che questa volta ne ucciderà un po' meno. La caccia giapponese è ufficialmente e ipocritamente motivata dall'esigenza di condurre serie ricerche scientifiche per meglio conoscere quei poderosi mammiferi marini e di conseguenza per proteggerli meglio. «Incidentalmente» poi, la gran parte della carne di balena, una volta estratti i campioni scientifici, va a finire sul mercato di lusso, per la golosità dei cittadini del Sol levante. I quali peraltro importano molte tonnellate di carne di balena dalla Norvegia, l'unico paese che onestamente e orgogliosamente rivendica il suo diritto alla pesca per fini esplicitamente commerciali. La tesi del governo norvegese è che intere comunità storiche di pescatori rimarrebbero senza lavoro se la caccia venisse proibita. Ancora una volta la spinosa questione di diritto internazionale si riproporrà durante l'incontro annuale della International Whaling Commission (www.iwcoffice.org) che quest'anno si terrà a Sorrento, dal 19 al 24 luglio. Ai temi consueti a favore della caccia alle balene negli ultimi tempi se ne è aggiunto un altro: diverse organizzazioni sostengono che è il caso di abbatterne in quantità perché questi animali così voraci stanno depauperando i mari, «approfittando» del loro stato di specie protette. E' dunque in nome dell'equilibrio ecologico che la caccia sarebbe non solo utile, ma fortemente consigliabile, e a prima vista le cifre sembrerebbero confermarlo: questi predatori dei mari ogni anno inghiottono 800 milioni di tonnellate di pesce, circa 10 volte il raccolto dei pescatori umani.
Le cose tuttavia vanno un po' diversamente da come i sostenitori della caccia suggeriscono e il sistema degli oceani è più complesso. Lo dimostra uno studio meticoloso realizzato dalla biologa marina Kristin Kaschner, una studiosa tedesca che attualmente lavora all'università canadese di Vancouver. In sostanza Kaschner ha costruito un gigantesco database relativo a 115 specie di mammiferi marini, per ognuno segnando gli avvistamenti (dove, a che profondità, quando). Poi ha diviso gli oceani in una griglia di 180mila celle in ognuna delle quali ha inserito le informazioni ambientali e quelle relative alla fauna ittica. Infine ha confrontato le sue tabelle con quelle relative alla pesca commerciale, raccolte dal progetto «Sea Around Us».
A questo punto Kristin ha lanciato il suo modello sul computer e con sua grande sorpresa ne è risultato che l'80 per cento della pesca avviene in zone di mare dove non ci sono significative presenze dei mammiferi marini e viceversa che il 95 per cento di questi grandi animali raccoglie il proprio cibo in zone dove non si esercita la pesca. I risultati di questo lavoro sono stati presentati ai primi di maggio durante un congresso scientifico e sono stati da lei descritti alla rivista inglese New Scientist. «Sembra proprio che i grandi mammiferi marini non abbiano un impatto significativo sulla pesca a grande scala» - dichiara, segnalando comunque che anche in questo caso i risultati dei modelli matematici devono essere presi con la dovuta cautela, un po' come avviene per i modelli del clima i quali anch'essi suddividono il globo in celle, attribuiscono alle celle dei valori e poi cercano di trarre delle informazioni globali dalle interazioni e flussi che avvengono tra le celle.
La cautela tuttavia non annulla la significatività dei risultati (il modello è reperibile in rete all'indirizzo: www.marinemammal.org/pdfs/MMRU/kaschner_modeling.pdf). Per esempio risulta abbastanza comprovato che le uniche zone dove cetacei e pescatori configgono, trovandosi in competizione per gli stessi pesci, sono lo stretto di Bering e il Mar Giallo vicino alla Corea. In realtà ogni zona è diversa e le interazioni sono sempre complicate: i modelli generali sono utili per descrivere i grandi andamenti, ma poi ogni golfo o costa ha la sua storia e il suo habitat.
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