mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
16.06.2004
-
| di CAROLA FREDIANI,
Riso, progetti e chimere
Da anni contadini e ricercatori inseguono il progetto (per alcuni, la chimera) di un riso capace di altissime rese. La coltura che ancora oggi sfama più di metà della popolazione mondiale è al centro di entusiasmi e preoccupazioni: da un lato, laboratori pubblici e privati provano a ingegnerizzarlo geneticamente per arricchirlo di vitamine o per farlo crescere di più; dall'altro, la richiesta di questo alimento è in vertiginosa crescita (si calcola un'impennata del 38% nei prossimi 30 anni), mentre le sue rese sembrano aver raggiunto un tetto invalicabile. Non a caso, le Nazioni Unite, per richiamare attenzione sulla questione, hanno proclamato il 2004 l'Anno Internazionale del Riso. Come sostiene solennemente Jacques Diouf, direttore generale della Fao, «il riso è in prima linea nella lotta contro la fame e la povertà», ma la lo sforzo per il miglioramento delle sue prestazioni rivela due diverse visioni dell'agricoltura. Il «chicco» della discordia si chiama System of Rice Intensification (SRI) e sebbene il nome suoni molto high tech, si tratta in realtà di un metodo semplice e biologico per aumentare la produttività. Inventato da padre Henri de Laulanié - un gesuita agronomo che ha speso la sua vita sugli altipiani del Madagascar - il «Sri» è in realtà la combinazione di vari sistemi naturali di coltivazione. Grazie ad essa si ottengono rese più alte utilizzando meno fattori produttivi: meno acqua, niente fertilizzanti né pesticidi, più spazio tra le piante. All'origine di questa idea c'è, come spesso avviene, una casualità associata a una buona dose di spirito critico: nel 1983 una siccità costrinse Laulanié a trapiantare le pianticelle di riso prima del tempo. «I risultati - annotò il prete - mi hanno colpito come un fulmine». Laulanié non perse tempo e grazie all'aiuto di due agronomi autodidatti malgasci cominciò a diffondere la nuova tecnica nello stato africano. Ma il lancio internazionale del Sri avvenne solo dieci anni dopo, quando Norman Uphoff, direttore dell'International Institute for Food, Agricolture and Development alla Cornell University, incontrò il gesuita e i suoi collaboratori, che intanto avevano fondato un'associazione, Tefy Saina. All'epoca, la resa di un ettaro di risaia, in Madagascar, era di circa 2 tonnellate. Uphoff puntava a raggiungere i 4. Laulanié gli offrì una media di 8 su un piatto d'argento. Da allora, grazie al proselitismo dello stesso ricercatore americano, il Sri si è diffuso in vari stati asiatici e africani, specie in Cambogia e Sri Lanka. Oggi si stima che siano fra i 50 e i 100 mila gli agricoltori che l'hanno adottato e numerosi sono gli istituti scientifici che l'anno valutato positivamente: dall'Ente indonesiano per la ricerca e lo sviluppo internazionale all'università agraria del Tamil Nadu, all'accademia cinese di scienze agricole del Sichuan. In Italia, un importante riconoscimento è arrivato da Slow Food.
A non esserne convinti - come ha fatto notare recentemente un articolo di Nature -sono invece molti ricercatori occidentali. L'obiezione principale di questi studiosi è che le pubblicazioni riguardanti il System of Rice Intensification non sarebbero abbastanza scientifiche, ovvero mancherebbero di rigore e delle informazioni necessarie a valutare il successo degli esperimenti. Fatto ancor più grave, non sarebbero state sottoposte a peer review, ovvero al giudizio di altri ricercatori. Non si tratta necessariamente di una questione di lana caprina: alcuni fanno notare, ad esempio, la necessità di valutare il contenuto di acqua presente in questo tipo di riso, sostenendo che la resa dei campi sottoposti a Sri potrebbe sembrare più alta a causa di una maggiore presenza di acqua nei chicchi o a una maggior robustezza delle piante. Secondo altri, la Sri andrebbe bene in certe regioni e meno bene in altre. L'impressione è che, in ogni caso, alla base delle frizioni ci sia un diverso modo di intendere l'agricoltura e forse anche la scienza. E che l'aspetto politico pesi non poco sui piatti della bilancia. In fondo, è lo stesso obiettivo di Tefy Saina a scavare nel profondo: il suo nome significa infatti «sviluppare il pensiero». E non solo i chicchi.
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