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TERRA TERRA
20.07.2004
  • | di FABIO M. PARENTI,
    La Fao e i contadini globali
    «Mentre sta crescendo la consapevolezza sul fatto che la brevettazione del vivente lavori contro gli interessi del Sud del mondo, la Fao si sta sedendo a fianco delle corporations contro i governi che la compongono», dice Silvia Ribeiro della sede messicana dell'Etc, rete di organizzazioni non governative che si batte per la salvaguardia della diversità genetica. Non sarà una denuncia esagerata? Sembra proprio di no: infatti, in una lettera aperta consegnata il 16 giugno da Antonio Onorati a Jacques Diouf, direttore della Fao, e firmata da ben 650 organizzazioni della società civile e 800 persone di 83 paesi, vengono severamente criticate le recenti posizioni assunte da questa agenzia dell'Onu in materia di biotecnologie agricole. La lettera aperta giunge a un mese di distanza dalla pubblicazione del Rapporto annuale della Fao - «Agricoltural biotechnology: meeting the needs of the poor?» - e denuncia il volta faccia dell'organizzazione e del suo direttore sul tema in questione. Dopo il Summit mondiale del 2002, Diouf aveva dichiarato di voler ulteriormente rafforzare una serie di relazioni con le organizzazioni della società civile che operano nelle aree più o meno marginali dei paesi poveri, dando più spazio soprattutto alle voci dei piccoli contadini. Diouf assicurava infatti che i problemi relativi alle biotecnologie agricole (quelle legate ai brevetti delle grandi corporations) e alle contaminazioni genetiche sarebbero stati discussi con gli agricoltori poveri e le loro organizzazioni prima di prendere qualsiasi decisione. Queste promesse sono state, purtroppo, totalmente disattese, in quanto il Rapporto in questione non recepisce per nulla le loro istanze (precedentemente avanzate). Come rileva l'Etc, si tratta di un documento che fa fatica ad apparire neutrale: vengono citati infatti solo i dati delle prove sul campo effettuate dalle global corporations agrobiotech, mentre, un approccio scientifico rigoroso avrebbe richiesto la selezione di dati rilevati ed elaborati da scienziati indipendenti o dai governi membri della Fao. Non sorprende quindi che la Fao sia giunta ad accettare la tecnologia di sterilizzazione dei semi, detta «terminator», contraddicendo in tal modo quella opposizione netta che essa stessa aveva in precedenza ampiamente espresso e sostenuto (per mezzo di un gruppo di eminenti esperti sull'etica in alimentazione e agricoltura, del Consultative Group on International Agricoltural Research e di numerosi governi).

    Dunque, la lettera consegnata a Diouf critica le posizioni illogiche espresse nel documento della Fao ed il volta faccia del suo direttore, rappresentando un vero e proprio richiamo alla missione originaria di questo organismo intergovernativo: la Fao è preposta a sconfiggere la fame (o meglio le condizioni che la generano) e non a combattere i piccoli agricoltori! E la Fao non era estranea ad approcci agroecologici e partecipativi ... come si spiega dunque questo cambiamento di rotta?

    Riportiamo infine un caso emblematico, recentemente uscito sul sito www.scidev.net, per ricordare come i piccoli agricoltori possano vincere la fame solo a partire da problemi e priorità ecologiche spesso conosciute. In Malawi la riduzione delle rese agricole è sempre più correlata all'erosione accelerata dei suoli (come avviene in molti altri Paesi). In risposta a tale problematica, molti esperti di agricoltura, sia ricercatori che agricoltori, hanno promosso una campagna nazionale che esorta i piccoli coltivatori ad usare compost organici (gli steli delle piante di mais, l'erba, le foglie ecc.) in luogo dei fertilizzanti di sintesi. Questo per due motivi: da una parte per ridurre, insieme ad altre accortezze, il degrado dei suoli, dall'altra per rendere gli agricoltori più autonomi, visto che si tratta di compost facili da realizzare, senza alcun esborso di denaro. I prezzi dei fertilizzanti, infatti, come denunciato dai sostenitori di questa campagna, sono schizzati alle stelle, divenendo insostenibili per il 90% degli agricoltori del Malawi che vive in aree remote e con meno di un dollaro al giorno - sappiamo invece che gli ogm non sono esenti dall'uso di prodotti chimici.

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