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TERRA TERRA
23.07.2004
  • | di MARINA FORTI ,
    Usa-Cina, la guerra del gambero
    L'ultima guerra commerciale attraverso il Pacifico riguarda i gamberi. I protagonisti sono da un lato gli Stati uniti, dall'altro la Cina e soprattutto il Vietnam. La «dichiarazione di guerra» è la decisione annunciata il 6 luglio dal Dipartimento al commercio Usa: i gamberi, congelati o inscatolati, importati dal Vietnam sarano soggetti a tariffe doganali tra il 12 e il 93%, quelli importati dalla Cina tra l'8 e il 112%. Per un paese paladino del libero commercio non è male: ma non è certo la prima volta che il governo americano ricorre a barriere commerciali per tutelare i suoi produttori, con buona pace di tutte le prediche contro il protezionismo. Nel caso dei gamberi, a suscitare la decisione del Dipartimento del commercio è la petizione presentata a dicembre da un'associazione di pescatori di gamberi americani: dicono che il mercato è inondato da crostacei venduti a prezzo troppo basso. I paesi sotto accusa erano sei (India, Thailandia, Brasile ed Ecuador, oltre a Cina e Vietnam), ma per il momento Washington ha preso di mira i due che definisce «economie non di mercato». Il ragionamento è: loro dicono che i loro gamberi costano meno perché i costi di produzione là sono più bassi. Ma poiché Vietnam e Cina sono economie non di mercato, è impossibile fare un vero calcolo del vantaggio competitivo: ci vendono i loro prodotti sottocosto, e questo è dumping. La decisione americana entrerà in vigore nel gennaio 2005, e nel frattempo, sia Pechino che Hanoi sono decise a combatterla.

    L'annuncio delle tariffe doganali sta già provocando conseguenze durissime nei due paesi, soprattutto in Vietnam, dove l'export agroalimentare è una voce importante delle entrate in valuta. E dove l'industria dei gamberi è cresciuta negli ultimi anni, come una bolla, insostenibile da molti punti di vista: migliaia di agricoltori si sono riconvertiti all'allevamento di gamberi, in forma in parte pianificata. Vendere gamberi assicura rendite immediate e molti hanno cominciato a ricavare grandi vasche vicino al mare. Hanno tagliato fette di boschi di mangrovie, gli alberi che con le loro radici piantate in acqua proteggono le coste. Hanno trasformato le loro risaie. In certi distretti meridionali, come a Ca Mau, sono state distrutte migliaia di metri di terrapieni che servivano a proteggere i campi dall'acqua salina. In qualche caso le autorità hanno represso queste iniziative che stravolgevano il territorio: ma poi hanno lasciato fare, scrivendo sui giornali ufficiali che ormai l'autosufficenza alimentare è raggiunta, il problema del Vietnam non è più quello di coltivare più terra (così leggiamo su Inter Press service, Rural poor in Vietnam making it big off shrimps, ottobre 2000). E poi, la terra da coltivare manca, o meglio si concentra: cifre ufficiali dicevano che la percentuale di contadini senza terra era cresciuta a quasi il 20% nel 1998, contro il 13,8% nel 1994, e il trend continua. Così, si capisce che molti si siano buttati nell'allevamento. E il disastro ambientale è assicurato: sia dalla perdita delle mangrovie, sia dalla grande quantità di antibiotici e prodotti chimici necessari all'allevamento dei crostacei, un'industria assai inquinante.

    Ma tant'è: la Vietnam Fisheries Association dice che 3,6 milioni di agricoltori hanno lasciato i campi per il nuovo business, che ha creato anche 400mila posti di lavoro negli stabilimenti di lavorazione del prodotto. I gamberi sono diventati una voce importante per l'export vietnamita, e la metà sono comprati dagli Usa: l'equivalente di 588 milioni di dollari nel 2003, in crescita rispetto ai 468 milioni dell'anno precedente. Ora la prospettiva di sanzioni commerciali annuncia disastro: le ordinazioni sono calate già negli ultimi due mesi in anticipazione delle future tasse, riferisce la Far Eastern Economic Review, e nel Vietnam centrale le aziende di lavorazione dei gamberi hanno licenziato un terzo degli addetti. Nelle province del sud, il prezzo pagato dagli intermediatori è sceso tra il 20 e il 30% in previsione del calo della domanda. La bolla è scoppiata?

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