domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
14.08.2004
-
| di MARINA FORTI,
Legno illegale, Malaysia boicottata
Hanno finto di essere compratori di legname per conto di mobilieri europei e hanno preso contatto con diversi commercianti in Malaysia. In breve si sono sentiti dire che il legno duro tropicale da loro richiesto era disponibile, e in grandi quantità. Anzi: si sono sentiti spiegare da commercianti soddisfatti quanto fosse facile aggirare le norme sull'export del prezioso legno. E' così che gli attivisti della Environmental Investigation Agency (Eia), organizzazione che ha sede a Londra, hanno compilato un rapporto che ha fatto scandalo: hanno ricostruito in dettaglio come il legname tagliato illegalmente in Indonesia approda tranquillamente in Malaysia, viene dotato di falsi certificati con cui diventa perfettamente legale e viene esportato in Cina, dove è molto richiesto da fabbricanti di mobili che saranno esportati in Europa e negli Usa. Il rapporto diffuso da Eia insieme all'organizzazione indonesiana Telapak ha sollevato una tempesta in Malaysia, d'improvviso additata come snodo chiave di un commercio illegale da circa 500 milioni di dollari l'anno. L'Indonesia, che con le foreste di Sumatra e del Borneo ha il secondo grande «polmone verde» del pianeta dopo l'Amazzonia, ha vietato già anni fa di esportare legname grezzo (solo semilavorato) e comunque stabilisce quote precise per il taglio di legname duro, in particolare per specie minacciate come il ramino. E però il taglio illegale è un'industria massiccia, coperta da funzionari corrotti e complicità altolocate, e fa girare parecchi soldi: è illegale tra il 60 e l'80% del legname esportato dall'Indonesia. Così ormai oltre il 70% della «foresta di frontiera» (quella vergine, ecosistema intatto) è scomparsa. Nel `97-'98 la combinazione di due eventi - una crisi particolarmente acuta di incendi estivi e la caduta del regime di Suharto - aveva esposto il problema della deforestazione illegale: ma da allora le cose sono solo peggiorate, dati ufficiali dicono che il tasso di deforestazione è aumentato - un'area di foresta primaria pari al Belgio è persa ogni anno. Tutto questo grazie alla corruzione che dilaga in Indonesia - ma anche grazie ai commercianti malaysiani che «lavano» il legno di contrabbando e lo riesportano con certificati di provenienza falsi. Il rapporto di Eia e Telapak ha descritto in modo minuzioso come navi intere cariche di tronchi di ramino attraccano nei porti minori della Malaysia peninsulare, poco sorvegliati (da Sumatra significa giusto attraversare lo stretto di Malacca) e come le scappatoie burocratiche permettono ai commercianti di ottenere certificati secondo cui è legname prodotto in Malaysia. Del resto in Cina la domanda è sostenuta, anche perché Pechino ha vietato il taglio del legname interno fin dal 1998: l'import di legno tropicale dunque è aumentato in modo esponenziale, più 75% solo l'anno scorso rispetto al 2002, un giro d'affari di 11,2 miliardi di dollari. La Cina importa da Birmania, Cambogia e Laos, ma la grande fonte è l'Indonesia - via Malaysia.
Il rapporto diffuso in febbraio ha avuto un effetto: negli Usa una coalizione di grandi organizzazioni ambientaliste ha cominciato a chiedere al governo di imporre sanzioni commerciali alla Malaysia, qualcuno ha cominciato a boicottare i prodotti di legno made in Malaysia. Le associazioni imprenditoriali malaysiane prima hanno protestato, poi hanno cominciato a preoccuparsi: l'export (legale) di prodotti di legno del paese conta per circa 5 miliardi di dollari all'anno e le campagne di boicottaggio possono fare molto male agli affari - per quei 500 milioni di dollari di contrabbando, non ne vale la pena. Così il secondo effetto del rapporto di Eia e Telapak è che la Malaysia ha vietato di importare legno dall'Indonesia e ha rafforzato i controlli. Ci sono stati controlli a sorpresa in porti come Batu Pahat, uno di quelli dove attraccavano ogni giorno parecchie piccole navi provenienti da Sumatra cariche di tronchi. La Far Eastern Economic Review riferisce che i prezzi del ramino sono saliti del 30% (perché le forniture sono diventate incerte). Fin quando il contrabbando troverà forme più discrete per riorganizzarsi.
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