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TERRA TERRA
05.10.2004
  • | di MARINA FORTI,
    Meglio il petrolio o la biodiversità?
    Petrobras l'ha spuntata: l'ente petrolifero dello stato brasiliano ha ottenuto dal ministero dell'ambiente dell'Ecuador la licenza per cominciare a estrarre petrolio da una zona remota del bacino occidentale dell'Amazzonia: per la precisione, all'interno del Parco Nazionale Yasuni, 982mila ettari, una delle riserve naturali più «bio-diverse» del continente americano, riconosciuto nel 1989 dall'Unesco come «Riserva della biosfera». Quella concessa a Petrobras non è la prima licenza per attività petrolifere data dal governo ecuadoriano all'interno di quel parco nazionale - altre zone già sono bucherellate di pozzi e nel parco passa anche l'oleodotto Ocp, che trasferisce il greggio estratto nella regione amazzonica di Lago Agrio fin sulla costa del Pacifico, a La Esmeralda. Nel caso di Petrobras, la licenza include non solo due piattaforme di perforazione ma anche i connessi oleodotti, una raffineria, e soprattutto una strada di accesso (vedi Terra Terra, 7 maggio). In attesa da mesi, l'autorizzazione finale del Ministero dell'ambiente è arrivata il mese scorso, dopo la visita in Ecuador del presidente brasiliano Luis Ignacio Lula da Silva - che ha offerto al governo di Quito aiuti per 100 milioni di dollari da investire in progetti di sviluppo. La licenza concessa a Petrobras ha suscitato proteste. L'aspetto più criticato dell'intero progetto sono i 37 chilometri di strada che l'ente brasiliano vuole costruire: una via di accesso completamente nuova in una zona nel nord-est del parco finora incontaminata. Centinaia di esperienze ormai dicono che quando una nuova strada apre l'accesso alla foresta vergine, questa porta con sé inevitabilmente cacciatori di frodo, tagliatori di legname pregiato, coloni, dunque distruzione accelerata di un ambiente naturale. Così il ministero dell'ambiente di Quito aveva chiesto a Petrobras di studiare modi alternativi di accesso, in elicottero ad esempio: lo studio presentato in agosto dall'azienda brasiliana aveva concluso però che la strada resta l'opzione migliore, sia dal punto di vista economico che ambientale. E il governo l'ha preso per buono. I critici indicano la strada costruita una decina d'anni fa in un'altra zona del Yasuni: la carretera Maxus, 120 chilometri, entra nel parco e nell'adiacente Riserva degli indigeni Huaorani. Su pressione ambientalista l'accesso era stato sbarrato da cancelli, ma l'effetto non è stato quello sperato: in effetti coloni e tagliatori di frodo non indigeni sono stati tenuti per lo più fuori, ma non gli indigeni. E via via che coloni quechua e huaorani si sono stabiliti lungo la strada creando fattorie, cittadine, scuole, si sono diffusi anche caccia di frodo e deforestazione - moltiplicate dal fatto che popolazoni native vissute fino a quel momento più o meno in economie di scambio e di sussistenza sono state guadagnate dalla cash economy, i cacciatori ora usano armi da fuoco (e prendono passaggi dai camion delle compagnie petrolifere) e legno pregiato o animaletti protetti sono un'ottima fonte di denaro.

    Certo, con l'autorizzazione alla strada di Petrobras il ministero dell'ambiente ecuadoriano questa volta ha dettato condizioni più severe, ad esempio che la strada sia usata esclusivamente dai mezzi autorizzati dall'ente petrolifero ed eventuali sconosciuti siano subito segnalati. Petrobras inoltre promette «zero dispersioni di greggio», grazie a sistemi di controllo computerizzati delle pipelines. L'ente petrolifero brasiliano è inoltre impegnato a versare 4 milioni di dollari per la gestione a lungo termine del parco Yasuni (che ha un budget complessivo di 6.000 dollari nel 2004). E però che tutto questo basti a evitare un altro disastro ecologico e sociale è dubbio. Certo non ci credono organizzazioni ambientaliste come Accion Ecologica e Accion por la Vida (che ha cercato finora di bloccare il progetto Petrobras con una serie di cause legali). E neppure la rete di scienziati ecuadoriani e statunitensi che studia il Parco Yasuni con la Stazione biologica Mindo (della Yale University): per protestare contro il nuovo progetto petrolifero, il 12 ottobre hanno convocato una conferenza internazionale per presentare nuovi studi, e lanciare nuovi allarmi.

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