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TERRA TERRA
07.10.2004
  • | di MARINA FORTI ,
    Una carovana nel Nepal senza diritti
    La «Carovana popolare 2004 per la sovranità alimentare» si è conclusa a Kathmandu, in Nepal: e non è stata una tappa facile. Promossa da una rete internazionale di organizzazioni per l'agricoltura e sindacati rurali (vedi terraterra del 5 settembre), la Carovana ha avuto come slogan il «diritto alla terra e al cibo»: un tema appropriato per il Nepal, 25 milioni di abitanti per l'80% dipendenti dall'agricoltura. E però non è stato facile per i sindacati rurali nepalesi organizzare questa tappa, con assemblee pubbliche nella capitale e in diversi distretti agricoli. Non ultimo dei problemi, lo sciopero di due giorni proclamato dal partito guerrigliero maoista in Nepal il 27 e 28 settembre, proprio in coincidenza dell'arrivo della Carovana... La coincidenza tra la mobilitazione dei sindacati contadini e il blocco proclamato dalla guerriglia sottolinea le difficoltà politiche e sociali del paese himalayano. In Nepal 12 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà, ovvero oltre il 40% della popolazione: e di questi «almeno 5 milioni sono contadini senza terra, dalit («intoccabili» secondo il sistema di caste delle società hindu, ndr), caste svantaggiate e classi marginali», spiega Bam Dev Gautam, presidente della All Nepal Peasant Association (Anpa) - il sindacato contadino nepalese che vanta oltre un milione di membri. In un'intervista pubblicata sul sito web della Carovana (www.panap.net), Bam Dev Gautam spiega che «sovranità alimentare significa garantire il diritto alla terra e alle risorse, e questo ha direttamente a che vedere con il diritto al cibo».

    Gautam, che ha ricoperto la carica di vicepremier del Nepal nel 1996, durante un breve governo delle sinistre guidato dal Partito comunista, traccia un quadro di ingiustizie e sfruttamento. Parla delle donne: «La manodopera femminile supera quella maschile, nelle aree rurali. Ma le donne non hanno diritti sulla terra e le altre risorse. Non sono trattate in modo uguale nella nostra società». Il problema va affrontato con leggi per sancire pari diritti e in particolare il diritto alla proprietà della terra, leggi per dare alle bambine le stesse opportunità dei bambini: «E' per questo che siamo favorevoli ai movimenti per la liberazione della donna».

    La rivendicazione «storica» del sindacato rurale nepalese è la riforma agraria, spiega il presidente del sindacato: «La lotta contro il feudalesimo e la globalizzazione imperialista». In Nepal la parola feudalesimo va intesa nel senso più proprio. Il paese è stato retto da una monarchia assoluta fino al 1991, quando il vecchio re Birendra ha instaurato un sistema democratico e varato una costituzione, e il potere reale resta tuttora concentrato nelle mani della casa reale e di pochissime famiglie, con una struttura di relazioni sociali semi-feudale. Negli anni `50 (quando la casa reale aveva «concesso» la democrazia parlamentare per poi revocarla), la monarchia se la cavò con una riforma che in realtà assegnava le terre alle grandi famiglie. La lotta per la terra così è proseguita, «ha avuto un ruolo determinante nelle agitazioni del 1990 culminate con la restaurazione della democrazia parlamentare», ricorda Gautam.

    Continuano le battaglie per i diritti sociali e per la terra. L'insurrezione maoista lanciata a metà degli anni `90, rivolta estrema contro un potere concentrato in poche mani, ha un impatto pesante sulla vita rurale: «In molti distretti remoti la popolazione vive in condizioni dure, esposta alla violenza politica e alla lotta armata, e tutto è accentuato dagli effetti del blocco economico». Il dirigente comunista non condanna in modo esplicito la lotta armata, ma il giudizio traspare: «A causa del conflitto, il diritto al cibo e alle risorse produttive per molti è stato distrutto. Fame e malnutrizione aumentano, e creano ancora più conflitto», osserva. «Noi abbiamo fatto appello agli insorti a venire a un processo di riconciliazione per proteggere il diritto al cibo della popolazione contadina. ...Continuiamo a fare pressione su entrambe le parti mobilitando il movimento di massa per i diritti sociali».



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