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TERRA TERRA
05.11.2004
  • | di MARINELLA CORREGGIA,
    La soia «mangia» la foresta
    Scontro sulle coltivazioni di soia fra ambientalisti brasiliani e alcuni enti governativi; ne riferisce l'Inter Press Service. Oggetto del contendere non è solo l'avallo statale dato alle coltivazioni transgeniche che si stanno diffondendo in gran fretta, ma la minaccia alla foresta amazzonica rappresentata dalla monocoltura della soia, destinata soprattutto all'export: questione che chiama in causa europei e italiani, grandi importatori di questo ingrediente chiave per i mangimi destinati agli allevamenti intensivi. Secondo gli Amici della Terra brasiliani, anche se i campi di soia non sostituiscono direttamente aree forestale, la loro espansione nelle aree circostanti fa crescere i prezzi delle terre e spinge così dentro la foresta altre pratiche meno redditizie, come l'allevamento, noto da tempo come un vero Attila. E' in effetti tradizione pluridecennale presso ambientalisti e animalisti il calcolo di quanti metri quadrati vengono disboscati per produrre un singolo hamburger, passando attraverso i bovini al pascolo là dove c'erano alberi, ai metri quadrati da disboscare per produrre il mangime necessario a «nutrire» l'hamburger stesso o altra carne. Un rapporto del Centre for International Forestry Research (www.cifor.cgiar.org/publications/pdf_files/media/Amazon.pdf) indica che fra il 1997 e il 2003 il Brasile ha quintuplicato l'export di carne bovina e avicola verso Europa, Russia e Medio Oriente, «grazie» a fattori valutari e a crisi come mucca pazza, peste aviaria e altre epidemie che hanno colpito gli allevamenti nei paesi di destinazione. Questo però ha contribuito alla perdita di foresta primaria, che lo stesso Ministero dell'Ambiente ha stimato in quasi 24.000 chilometri quadrati fra l'agosto 2002 e l'agosto 2003; dunque non siamo molto lontani dal record storico di 29.000 infelicemente raggiunto nel 1995. Un altro studio, «Conexiòn entre ganaderìa y deforestación amazónica» realizzato dal Claes (http://www.agropecuaria.org/sustentabilidad/ConexionHamburgerAz.htm), sottolinea il ruolo del consumo nella distruzione: «Non si tratta della produzione di grandi quantità di cibo per nutrire gli affamati, bensì di colture per l'export, per i consumatori del Nord».

    In Brasile la coltivazione della soia è cominciata negli anni `60 nella pampa meridionale, che ha clima e pedologia simili a quelli della Cina, luogo d'origine della pianta. Poi via via, con l'aiuto dell'Embrapa, agenzia brasiliana per la ricerca agricola, la frontiera della soia si espande, dapprima nella savana centrale del Cerrado, poi in parte dello stato del Parà, nel Mato Grosso e nella regione Santarem. La coltura avanza portando con sé anche le infrastrutture di trasporto, come le strade fino ai porti, altro fattore di distruzione perché rende più facile l'accesso alla foresta. E `export di soia ha aumentato il valore della terra, ad esempio lungo la strada fra Cuiaba, capitale del Mato Grosso, e Santarem; ciò ha provocato appropriazioni illegali di foreste pubbliche, rase al suolo per provarne il possesso.

    L'Embrapa si difende: coltivare soia fissa azoto al suolo e rifertilizza aree degradate, riduce l'erosione, trattiene l'umidità; circa 60 milioni di ettari di terre degradate a causa del pascolo potrebbero essere recuperate, altro che distruggere la foresta. Belle intenzioni., ma la realtà è un'altra.

    E' però vero che la soia, i cui fagioli sono ricchissimi di proteine nobili, potrebbe essere coltivata biologicamente su terre adatte e poi destinata al diretto consumo alimentare; oltretutto è versatile e si presta a diverse preparazioni. Cambiando aree e destinazione d'uso, basterebbe meno suolo per nutrire molte più persone, a Nord come a Sud: il consumo umano diretto è assai meno oneroso del ciclo mangime-pezzo di carne; in inglese chiamano feed-food competition la concorrenza fra produzioni mangimistiche e alimentari. Così, non si toccherebbe la foresta e si eviterebbe anche la conversione alle varietà geneticamente modificate; visto che l'Ogm, comunemente accettato nei mangimi, è respinto dall'industria del cibo oltre che dai consumatori.

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