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TERRA TERRA
10.12.2004
  • | di LUCA MARTINELLI ,
    I diritti affogano nella diga La Parota
    La storia della costruzione della centrale idroelettrica de La Parota (vedi terraterra del 6 agosto e del 15 settembre 2004), è storia di violenza politica, sociale ed economica contro le comunità indigene e contadine dello stato di Guerrero - che deve il proprio nome al general insurgente Vicente Ramon Guerrero Saldana, in Messico uno dei più acclamati tra gli eroi nazionali, il cui nome è legato alla guerra d'indipendenza dalla Spagna che sancì nel 1821 la fine dell'occupazione iniziata all'epoca della Conquista. La diga sul Rio Papagayo, parte del più ampio progetto del Plan Puebla Panamá, è nella fase di progettazione: alta 162 metri, allagherà qualcosa come 170 chilometri quadrati in una zona poverissima da cui saranno espropriati 25mila agricoltori. Se approvato, il progetto dovrebbe entrare in funzione entro il 2010 e generare corrente elettrica: si parla di una capacità tra 900 e 1.300 Mg. Tutto questo incontra polemiche e resistenze popolari.

    La stessa Commissione federale di elettricità (Cfe), responsabile del progetto per il Governo messicano, riconosce «che la modifica del regime ideologico del fiume Papagayo (portata di 748 metri cubici per secondo per quattro ore e di zero le restanti 20 ore) avrà ripercussioni nei processi di erosione e sedimentazione lungo il corso del fiume; comporterà modifiche alla foce del fiume, una maggiore intrusione salina, l'inondazione e possibile salinizzazione di terre fluviali utilizzate a fini agricoli, danni nei confronti di vegetazione e fauna e una sostanziale modifica della `comunità' del fiume».

    Un disastro ambientale annunciato, che non placa però gli appetiti economici delle grandi imprese transnazionali del settore energetico, peraltro sponsorizzate dallo stesso governo messicano che continua a calpestare la Costituzione. Gli interessi economici che muovono il progetto sono talmente forti che il Governo rinuncia addirittura a giustificarlo dietro la falsa promessa di uno sviluppo sostenibile e - per effetto della leggere di riforma del settore elettrico del 1992 - le imprese transnazionali ricevono addirittura una sorta di credito da parte della Cfe, sotto forma di un contratto con il quale l'impresa pubblica si impegna ad acquistare per un dato periodo di tempo (generalmente di 20 anni) tutta la sua capacità di generazione per ripagare così lo sforzo economico realizzato nella costruzione dello stabilimento.

    In gioco è nientedimeno che la sovranità della nazione. Il controllo, sancito dall'art. 27 della Costituzione rivoluzionaria del 1917, del settore elettrico. Nonostante il dettato costituzionale, infatti, il processo di privatizzazione è in atto attraverso progetti, promossi dalla Cfe, che permettono a imprese transnazionali straniere di generare, trasportare, trasformare, distribuire e fornire energia elettrica alla stessa impresa.

    Alla fine del 2003 erano già 230 i permessi concessi ai privati per la generazione di energia elettrica in Messico, con una capacità di 19.974 Mw, equivalenti al 35% del totale della capacità installata nel paese. 1Attualmente, i capitali spagnolo e francese controllano il 43 e 20% della capacità concessa», mentre «imprese canadesi, statunitensi e giapponesi si ripartiscono il resto» (La Jornada, 23 dicembre 2003).

    Alla fine del 2001 erano già 27 le imprese straniere, provenienti da 11 diversi paesi, ad aver investito in 46 progetti. Tra le più importanti, due imprese spagnole, Union Fenosa (14,94%) ed Iberdola (15,35%) che concentrano nelle proprie mani quasi un terzo del totale della capacità di generazione elettrica concessa al capitale privato internazionale, seguite dalla giapponese Mitsubishi (12,86%). Anche il capitale italiano è presente, grazie alla Techint - Compagnia tecnica internazionale.

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