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TERRA TERRA
15.03.2005
  • | di MARINA FORTI,
    L'Asia centrale e il cotone maledetto
    C'è qualcosa di medioevale nella descrizione offerta da un recentissimo rapporto dell'International Crisis Group dall'Asia centrale. «Milioni di braccianti lavorano, in cambio di poco o nulla, per coltivare e raccogliere» il cotone. «L'industria si basa sul lavoro a buon mercato. In Uzbekistan gli scolari sono tenuti a lavorare nei campi di cotone fino a due mesi all'anno. Nonostante le smentite ufficiali, il lavoro infantile è usato in Tagikistan e Turkmenistan. In tutti i tre paesi i ragazzi sono costretti a perdere le lezioni per raccogliere il cotone. Ben poca attenzione è prestata alle condizioni in cui bambini e scolari lavorano. Ogni anno qualcuno si ammala o muore». E poi: «Le donne fanno gran parte del lavoro nei campi di cotone, ma non ne ricavano quasi nessun beneficio. I salari in denaro sono minimi, spesso pagati in ritardo o non pagati affatto». C'è qualcosa di medioevale: eppure stiamo parlando di oggi. Il cotone è probabilmente la sola grande produzione per l'export nei tre paesi citati, ed è un'industria perfettamente inserita nel flusso dell'economia mondiale. Secondo il Crisis Group, autorevole istituto internazionale di ricerca, «l'industria del cotone in Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan contribuisce alla repressione politica, la stagnazione economica, la diffusa povertà e il degrado ambientale» di quella regione. Anzi: quel sistema di sfruttamento selvaggio «è sostenibile solo in condizioni di repressione politica, che è usata per mobilitare i lavoratori sottocosto». Il Crisis Group usa guardare ai fenomeni politici, sociali o economici dal punto di vista di chi lavora per la prevenzione dei conflitti: e nel circolo di sfruttamento, degrado ambientale e repressione legate al cotone in questi tre paesi ex-sovietici vede tutte le premesse della crisi e del conflitto (The curse of cotton in Central Asia, 28 febbraio 2005. www.crisisgroup.org).

    E' un disastro dalla lunga storia. Le tre repubbliche citate sono nel bacino dell'Amu Darya e del Syr Darya, i due grandi fiumi che scendono dai ghiacciai del Tian Shan e alimentavano il lago Aral: ma poi, negli anni `60, i pianificatori sovietici vollero grandi sistemi di irrigazione per trasformare quelle vallate in una regione di agricoltura intensiva. Il risultato fu disastroso. Fino al 90% dell'acqua dei due fiumi è stata deviata, tanto che nel 1990 al lago Aral affluiva appena il 13% dell'acqua che arrivava nel `59. Il lago stesso ha perso in quarant'anni il 75% del suo volume e oggi è ridotto a due piccoli laghi salati. Le vecchie città costiere ora si trovano in una sorta di deserto salato, l'industria peschereccia è distrutta, polveri e sali trasportati dall'aria contribuiscono a un tasso impressionante di malattie. Ma la «morte» del lago Aral è solo una parte del disastro. Anche il sogno agricolo non ha funzionato: già in epoca sovietica molte zone coltivate erano tornate a essere steppe aride.

    Il fatto è che dopo il 1990, scomparsa l'Urss, i nuovi stati indipendenti non hanno avuto altra scelta che riprendere a coltivare anche le terre già abbandonate, e cercare di aumentare la produzione per l'export. Il cotone è diventato una monocoltura intensiva, con gran dispendio di fertilizzanti e acqua: questa volta con l'incoraggiamento delle istituzioni finanziarie internazionali. I fenomeni di salinizzazione e dilavamento dei terreni si sono aggravati, preludio alla desertificazione. I sistemi di irrigazione disperdono gran parte dell'acqua che portano. La penuria d'acqua ha contribuito a far calare le rese del cotone per ettaro - e a creare tensioni tra gli stati a monte e a valle del bacino. L'inquinamento è rampante. E però il cotone continua a produrre enormi profitti - non per i quasi schiavi che lo coltivano, ma per le élites legate al potere. Uzbekistan e Turkmenistan sono tra gli stati più repressivi del mondo, non hanno elezioni libere né libertà di stampa, la legalità è fragile, la proprietà della terra incerta, i diritti democratici annullati. E certo non saranno i padroni del cotone a premere per la trasparenza dei sistemi economici e politici.



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