domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
23.03.2005
-
| di MARINA FORTI
,
Il clan, l'onore e il gas naturale
C'è il gas naturale, e c'è l'onore del clan. Il gas naturale è quello estratto nel Baluchistan, provincia occidentale del Pakistan. Il Baluchistan è un territorio enorme che tende al desertico, ha un lungo confine con l'Iran a occidente e con l'Afghanistan a nord ed è tra le zone più arretrate del Pakistan - ma il suo gas naturale copre più di metà del fabbisogno energetico pakistano. I pozzi di gas nel distretto di Sui, circa 300 chilometri a sud del capoluogo provinciale Quetta, sono tra i più importanti del paese: appartengono alla Pakistan Petroleum Limited (Ppl), azienda di stato, che vi ha installato anche una raffineria. E' nel recinto di sicurezza della raffineria che nella notte tra il 2 e il 3 gennaio scorso una donna è stata violentata. La dottoressa Shazia Khalid, medico responsabile dell'infermeria della Ppl, è molto nota nella zona e nella sua prima denuncia compariva tra i violentatori un capitano dell'esercito del corpo di guardia alle installazioni dell'ente petrolifero. Poi però le cose si sono confuse, i giornalisti locali parlano di pressioni per mettere a tacere la cosa: sta di fatto che ancora nessuno è stato incriminato - gruppi di donne hanno manifestato a Quetta per protesta. Il tentativo di coprire la responsabilità di un militare ha fatto infuriare i Bugti, il maggiore clan locale (o tribu, qui indica una gens in senso esteso). Il 7 gennaio c'è stata una sparatoria notturna contro gli uffici dell'esercito (il Frontier Corps) presso la raffineria, rivendicato da una sigla nuova: Baluchistan Liberation Army (a molti è tornata alla mente la guerriglia nazionalista baluch degli anni `70, repressa brutalmente). Le forze di sicurezza hanno risposto dichiarando guerra ai ribelli. Gli scontri sono aumentati, e i sabotaggi alle installazioni del gas. Quello che le forze di sicurezza avevano trattato come un «caso minore» (da insabbiare) è diventato una questione d'onore: un affronto «da vendicare a tutti i costi», ha dichiarato il leader nazionalista Nawab Akbar Khan Bugti, ex capo del governo provinciale e unico capiclan nazionalisti ancora in zona. Non che la signora Khalid fosse dei loro, dicono i Bugti, ma «se permettiamo che lo stupro resti impunito, come possiamo mostrare la faccia alle tribu vicine. E poi, un domani potrebbe capitare a una delle nostre donne» (dal mensile pakistano The Herald, febbraio 2005).
L'onore dei Bugti (ma non della dottoressa Khalid, che sembra solo un pretesto) si somma a una vecchia storia di risentimenti. I clan baluchi in effetti rivendicano più autonomia per la loro provincia, vogliono che siano ritirate le grandi basi dell'esercito (in effetti la tensione di queste settimane è stata il pretesto per avviare la costruzione di un nuovo cantonment a Sui a cui il governo puntava da tempo). Se la prendono con i «grandi progetti di sviluppo»: dicono che l'estrazione del gas si risolve in una «grande rapina», i profitti volano via. Molti attacchi del Bla sono rivolti contro la città di Gwadar, sulla costa, dove il governo federale ha costruito grandi installazioni portuali (con investimenti cinesi) per creare un grande snodo del traffico marittimo della regione: ma i baluchi (7% dei pakistani) restano indietro in tutti gli indicatori di sviluppo.
L'onore, il gas e i risentimenti sono precipitati così nel maggiore problema di sicurezza interna oggi in Pakistan. Martedì uno scontro tra militari e uomini armati della tribu ha fatto decine di morti a Dera Bugti, il villaggio centrale del clan non lontano da Sui: i Bugti accusano l'esercito di aver aperto il fuoco uccidendo 60 civili, l'esercito dice di aver risposto a un'imboscata. Oltre ventimila persone sono ora sfollate dalla cittadina, presidiata da centinaia di uomini armati che assediano la piccola di guarnigione militare. Ieri una delegazione del parlamento provinciale è andata a «dialogare» con il leader Nawab Akbar Bukti: tra Sui e Dera Bugti hanno percorso una strada presidiata da uomini in turbante armati di mitragliette automatiche e lanciarazzi. Il capo dei Bugti ha ripetuto che non c'è compromesso possibile se il governo non ritira le sue forze, «questa è la nostra terra ed è la mia gente che viene uccisa».
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