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TERRA TERRA
06.04.2005
  • | di MARINA FORTI ,
    Doe vs Unocal, il caso è chiuso
    Il caso Doe versus Unocal è chiuso, ma continua a preoccupare le grandi aziende e le camere di commercio statunitensi. E' chiuso con un accordo extragiudiziario, cioè soldi. Ma non è questo a preoccupare le aziende: è il fatto che una compagnia petrolifera Usa sia stata costretta a rispondere davanti a un tribunale del suo paese per fatti avvenuti altrove, nel lontano mondo dove si fanno affari - in questo caso in Birmania. Il nome Doe indica infatti un gruppo di 15 contadini di Myanmar (la Birmania) che ormai vivono rifugiati in Thailandia, in modo assai precario e misero: fanno parte di parecchie centinaia di persone, donne e uomini, fuggiti dalla Birmania meridionale a metà anni `90 dopo aver subìto violenze terribili per mano dell'esercito birmano, durante i lavori preliminari per costruire un gasdotto noto come Progetto Yadana. Nel 1996, aiutati da sindacalisti birmani in esilio e da avvocati statunitensi del International Labor Rights Fund (organizzazione indipendente per i diritti dei lavoratori), hanno fatto causa alla Unocal, che accusano di complicità in lavoro forzato, stupri e uccisioni. La compagnia petrolifera si era difesa dicendo che non poteva sapere quali atrocità commettesse l'esercito birmano, né poteva impedirle e tantomeno risponderne. Ci sono voluti anni e testimonianze, memorie difensive, documenti: alla fine nel 2002 il tribunale di San Francisco, California, ha giudicato che il caso era «ricevibile» e il processo doveva aver luogo. E' allora, e solo allora, che Unocal ha deciso di patteggiare (vedi terraterra, 17 dicembre 2004). I termini dell'accordo sono stati convalidati dal tribunale un paio di settimane fa, e questo chiude effettivamente il caso. I termini monetari non sono stati resi noti, leggiamo sul Los Angeles Times (22 marzo). Il comunicato delle due parti parla però sia di risarcimenti, sia di fondi «per sviluppare programmi per migliorare le condizioni di vita, cure sanitarie e istruzione e proteggere i diritti delle persone nella regione del gasdotto».

    Si capisce benissimo perché Unocal abbia preferito trattare di soldi piuttosto che presentarsi come imputato in un'aula di tribunale dove, sotto gli occhi dei media, dei contadini semianalfabeti avrebbero parlato di stupri, uccisioni, terrore: non sarebbe stata una gran bella pubblicità, qualunque fosse l'esito legale (e una condanna era molto probabile). La soluzione patteggiata del resto non diminuisce l'importanza. Il caso Unocal è solo il primo a giungere a un esito: presso i tribunali degli Stati uniti oggi pendono parecchi casi analoghi, in cui grandi aziende Usa sono accusate di corresponsabilità in violazioni dei diritti umani. L'elenco delle aziende chiamate in causa è significativo. ExxonMobil, accusata nel 2001 di pagare l'esercito indonesiano che difende i suoi impianti di Aceh (Indonesia) con tortura, uccisioni, stupri, rapimenti. Coca Cola è accusata di complicità con le squadracce che rapiscono, torturano e uccidono sindacalisti presso i suoi stabilimenti in Colombia. Del Monte è chiamata in causa per violazione del diritto di associazione e contrattazione dei lavoratori in Guatemala. DynCorp per aver cosparso di sostanze fumiganti tossiche zone agricole in Ecuador, nel corso della campagna Usa per distruggere le coltivazioni di coca alla frontiera della vicina Colombia. Drummond Company, azienda mineraria dell'Alabama, è accusata di aver pagato i paramilitari che hanno torturato e ucciso leader sindacali alle sue miniere in Colombia. Occidental Petroleum è accusata di complicità nell'uccisione di civili innocenti in un villaggio in Colombia. DaimlerChrysler infine: i familiari di nove sindacalisti della Mercedes Benz di Buenos Aires, Argentina, desaparecidos negli anni `70, accusano i manager dell'azienda (che ha preso il nome attuale nel `98, quando ha acquisito la Chrysler), di aver passato liste di «sovversivi» ai militari argentini.

    Grandi nomi, aziende potenti: per loro il caso Doe vs Unocal è un pessimo precedente. E hanno cominciato a mobilitarsi contro la legge che permette a cittadini stranieri di cercare giustizia presso i tribunali statunitensi...

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