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TERRA TERRA
12.04.2005
  • | di LUCA CELADA,
    Indiani Inc, dai bisonti al casinò
    Scottsdale, Arizona. La sede legale della «sovrana nazione» degli indiani Pima-Maricopa assomiglia a quella di un azienda qualunque in un parco industriale come tanti nell'anonima periferia di Phoenix. I Pima e i loro «cugini», i Maricopa, sono nativi di questa vallata desertica in cui spaziavano liberamente fino al 1903, quando la brulla valle comiciò a essere irrigata dai coloni bianchi. Gli indiani furono allora sfollati dai loro villaggi cooperativi e messi in una riserva: 20.000 ettari sulle rive del Salt River, suddivisi in lotti di due ettari per istillare nella tribù l'alieno concetto di proprietà privata. 100 anni dopo però attorno ai campi di cotone dei Pima è sorta l'area urbana di Phoenix-Tempe-Scottsdale, 5 milioni di abitanti e il maggiore tasso di crescita d'America; le terre del confino hanno così sviluppato uno stratosferico valore immobilare. Oggi la tribù ha un budget operativo annuo di $120 milioni e ognuno degli 8.000 membri riceve uno stipendio annuale di $12.000 dollari, dividendi di un casinò che da lavoro a più di mille Pima. Le tribù indiane d'America hanno ottenuto il diritto di aprire «stabilimenti di gioco d'azzardo» nel 1988 con la legge Igra (Indian Gaming Regulatory Act) sancita in molti stati, tra cui l'Arizona, da referedum popolari. Il gioco d'azzardo è diventato così il new buffalo, il «nuovo bisonte», la risorsa che ha tirato fuori decine di tribù dall'indigenza cronica in cui versavano sin dalla conquista bianca. I Pima però sono realisti: «Non ci facciamo illusioni, potremmo presto avere concorrenza o perdere arbitrariamente i privilegi che ci sono stati assegnati. La nostra è una storia di tradimenti da parte del governo». Sta già accadendo nella vicina California, dove il governatore Schwarzenegger vuole rinegoziare i compacts, e imporre tasse agli indiani per tamponare il deficit e finanziare la spesa pubblica. I Pima-Maricopa preferiscono non aspettare e per questo hanno deciso di attuare un piano di sviluppo ecnomico capace di svincolarli dalla monocoltura del casinò. «Vogliamo reinvestire i nostri guadagni in qualcosa che potrà curarsi dei nostri figli e dei figli dei loro figli», dicono. La chiave dunque è l'autodeterminazione e la «via indiana» all'autosufficenza economica, senza semplicemente svendere le risorse (come i diritti minerari) delle propire terre a aziende esterne né dipendere dagli esigui sussidi federali. Nella concezione del consiglio tribale, la gestione della nazione Pima assomiglia a quella di un'azienda ma nel rispetto delle proprie tradizioni. Per sottolineare un'affinità «ancestrale», il business plan dei Pima si chiama «7 generazioni» e ambisce a creare un' economia diversificata, sostenibile, sul lungo termine.

    Una porzione dei cospicui proventi del casinò è stata così destinata al reinvestimento, a cominciare dall'acquisto di un cementificio già operativo. I Pima hanno poi individuato alcuni settori da incentivare, innanzitutto la biomedicina, con particolare attenzione alla ricerca genetica attorno al diabete cui sono particolarmentete suscettibili: un modo per subordinare lo svliluppo alle esigenze reali della tribù. Soprattutto, dicono, «vogliamo mantenere il controllo sullo sviluppo delle nostre terre con in mente il bene della nostra gente»: così hanno deciso di non fare affari con società di fast food, i cui prodotti favoriscono l'obesità endemicamente diffusa tra gli indiani.

    La seconda fase del piano prevede l'invito a società interessate a contribuire allo sviluppo sotto forma di partnership nel parco biotecnologico avanzato. Ma tutto a suo tempo. «Non vogliamo fare le cose troppo in fretta, vogliamo fare la cosa giusta - ogni cosa deve essere approvata dal nostro consiglio e nulla verrà mai fatto contro la volontà dei proprietari: è ciò che ci è stato imposto per cento anni». Nel secolo che verrà, invece, i Pima puntano a diventare la prima tribu' indiana a essere quotata in borsa...

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