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TERRA TERRA
16.04.2005
  • | di MARINA FORTI ,
    Iraq, una generazione malnutrita
    La guerra in Iraq ha quasi raddoppiato il tasso di malnutrizione tra i bambini iracheni. Lo afferma il sociologo svizzero Jean Ziegler, nella veste di «special rapporteur» delle Nazioni unite sul diritto al cibo, nel rapporto presentato alla Commissione Onu per i diritti umani riunita a Ginevra. Ziegler ha sottolineato che «la situazione è allarmante in Iraq per ciò che riguarda il diritto al cibo», e in particolare per i bambini, più vulnerabili perché ne porteranno conseguenza per tutta la vita: malnutrizione infatti significa non solo cibo insufficente ma anche con scarso valore nutritivo, mancante delle vitamine e/o proteine necessarie allo sviluppo dell'organismo umano. Insomma, significa crescere male, deboli e più esposti a malattie. La malnutrizione è accentuata dalla mancanza di acqua potabile e di infrastrutture sanitarie, ed è «un risultato della guerra condotta dalle forze della coalizione» in Iraq, ha detto Ziegler. Il rapporto presentato alle Nazioni unite si basa su alcuni studi pubblicati nei mesi scorsi. Uno in particolare, secondo cui il 7,7% dei bambini iracheni tra sei mesi e 5 anni d'età soffre di malnutrizione acuta, ovvero quasi il doppio rispetto al 4% registrato prima della guerra. La ricerca, pubblicata nel novembre scorso, è stata condotta dal Fafo Institute for Applied Social Research (Istituto per la ricerca sociale applicata), che ha sede in Norvegia e sta lavorando, con l'Ufficio centrale di statistica iracheno, a un sistema di monitoraggio delle condizioni di vita degli iracheni (è un progetto finanziato dall'Undp). E' probabilmente il monitoraggio più accurato condotto negli ultimi tempi in Iraq (ha raccolto informazioni da 22mila famiglie distribuite in tutto il paese, grazie al lavoro di uno stuolo di ricercatori iracheni).

    In un certo senso, questo conferma una situazione ben nota alle organizzazioni internazionali. E' noto che circa il 60% delle famiglie irachene dipende completamente dalle razioni mensili distribuite attraverso il Sistema pubblico che dal 1996 distribuiva le derrate alimentari importate grazie al programma «Oil for Food» (il sistema che permetteva all'Iraq, allora sotto sanzioni internazionali, di vendere una parte del suo petrolio per importare beni di prima necessità). Il Sistema pubblico di distribuzione, con la sua rete di funzionari e sportelli in tutto il paese, è sopravvissuto alla guerra e continua a distribuire razioni alimentari mensili alle famiglie che per questo hanno una tessera: ora sotto il controllo del Programma alimentare mondiale (l'agenzia dell'Onu per la lotta alla fame). Oggi circa 27 milioni di iracheni ricevono così razioni mensili di 18 chili tra farina, riso, zucchero, legumi e olio vegetale. Per molti, quello è l'unico cibo disponibile: e non perché ci sia penuria, in Iraq. I mercati sono pieni di frutta fresca, verdura, carne: ma i prezzi sono alti, proibitivi per molte famiglie - la disoccupazione è stimata al 50% o più, stima Irin-news (l'agenzia di notizie pubblicata dall'Ufficio Onu per gli affari umanitari). Già nel dicembre del 2003 il Pam stimava che il 28% della popolazione del centro e sud dell'Iraq soffre di malnutrizione cronica e il 6,7% di malnutrizione acuta (si basava su interviste con 24mila famiglie). Nei bollettini mensili pubblicati da allora il Pam registra che la situazione alimentare è andata peggiorando. Il dato pubblicato dall'istituto norvegese dunque è più che attendibile - anche se le affermazioni di Ziegler sono state respinte con sdegno dall'ambasciatore degli Stati uniti a Ginevra Kevin Moley, come una denuncia politicamente motivata. Forse è perché Ziegler ha aggiunto che «a Fallujah il blocco imposto sugli appovvigionamenti alimentari e la distruzione dei reservoir d'acqua è stata usata come un'arma di guerra». E che questa «è una chiara violazione» delle Convenzioni di Ginevra: «Mantengo una ferma condanna delle conseguenze umanitarie di questa strategia e delle tattiche militari applicate dal marzo 2003 dalle forze d'occupazione».

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