mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
01.07.2005
-
| di KARIMA ISD
,
Come favorire l'allevatore cowboy
«Il pascolo è un retaggio di fierezza per il West degli Stati uniti» ha detto Kathleen Clarke, direttrice del Bureau of Land Management che amministra oltre 100 milioni di ettari di terre federali, sparse su 12 stati. Ma a partire dal Taylor Grazing Act del 1934 - il primo tentativo di regolamentare il pascolo di animali privati su terre pubbliche - c'è stata una lotta politica per decidere come mantenere «l'orgoglio del cowboy» e i relativi guadagni privati senza distruggere le risorse naturali. E per settant'anni il governo federale statunitense ha perlomeno cercato di porre regole a quell'attività che non è così bucolica e verde come la si immagina; anzi può provocare diversi danni al suolo, alle acque e alla biodiversità. Ma adesso, così come ha fatto con altri settori sociali ed economici che hanno a che fare con le risorse naturali (miniere, estrazioni petrolifere, taglio del legname, l'amministrazione-locusta (in senso biblico) di George W. Bush fa pendere la bilancia dalla parte della convenienza privata, in questo caso degli allevatori. Lo denuncia l'agenzia di informazioni Christian Science Monitor, commentando i nuovi e permissivi regolamenti relativi alle terre di proprietà federale; questi danno ai ranchers più tempo, fino a cinque anni, per ridurre la dimensione delle mandrie nel caso in cui queste stiano danneggiando l'ambiente; garantiscono inoltre una condivisione delle acque e perfino di certe strutture federali. Infine, si rende più facile accordare diritti di pascolo. Rimarrà solo la piccola tariffa di 1,79 dollari che gli allevatori devono pagare per una vacca, un cavallo, o cinque pecore.
I funzionari governativi sostengono che si tratta solo di aggiustamenti normativi. Gli allevatori ripetono che il pascolo è una manna per l'ambiente. Gli ambientalisti non sono proprio di questo parere: basta guardare a come negli anni le terre pubbliche del West, già fragili, si siano degradate con il continuo girovagare degli animali, la vita selvatica si sia ridotta, la qualità dell'acqua peggiorata per l'inquinamento delle falde a causa delle deiezioni. Inoltre, come ha detto al Csm Tom Lustig della National Wildlife Federation, nei nuovi regolamenti non c'è alcun beneficio per quei milioni di americani che usano le terre pubbliche per scopi più leggeri, come il turismo naturalistico.
Altri critici fanno notare che, così come il taglio del legno su terre federali, il programma di pascolo produce perdite per le finanze federali. Al che si può replicare che aiutare gli allevatori del West - i quali pure producono una piccola frazione della carne bovina Usa - sostiene le comunità rurali e un modo di vita comunque diverso da quello che ruota intorno ai centri commerciali. Tuttavia, alcuni biologi governativi hanno sostenuto che non si può manipolare la scienza della gestione dei pascoli - soprattutto la biologia e l'idrologia - per promuovere la sua agenda pro-allevatori.
Un rapporto interno in effetti ha messo in guardia sul fatto che i regolamenti saranno negativi per l'ambiente: «Gli effetti cumulativi danneggeranno la vita selvatica e la biodiversità nel lungo periodo; il numero di specie da inserire nella lista di quelle minacciate continuerà ad aumentare». Ma, come è d'uso, il rapporto è stato reso «più sexy» e nulla di simili osservazioni critiche è rimasto nell'analisi scientifica che ha accompagnato i nuovi regolamenti. Come ha anche riferito il Los Angeles Times, due scienziati che avevano lavorato all'analisi originale, ora entrambi pensionati, si sono lamentati perché il loro lavoro era stato «annacquato». Gli sforzi governativi per aiutare gli allevatori si concretizzano mentre le stesse agenzie del ministero degli interni - soprattutto il Bureau of Land Management - cercano di ridurre il numero di un altro animale-icona nell'immaginario statunitense: il cavallo selvatico. Che guarda caso compete con i bovini per il foraggio e l'acqua da bere nel Great Basin e in altre parti del West.
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