domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
09.07.2005
-
| di KARIMA ISD
,
Quanto è verde il prato di Blair?
Sul piatto della sua presidenza di turno dell'Unione europea, Tony Blair ha messo anche una forte critica alle spese della Politica agricola comune (Pac): sostiene che è inaccettabile che gli agricoltori, meno del 5% della popolazione del continente, ricevano il 40% del bilancio europeo, tanto più che «l'agricoltura appartiene al passato». Forse vuol dire che il cibo può essere importato da dove costa meno. Salvo eccezioni, gli agricoltori europei tanto privilegiati non sembrano - sono la categoria professionale con i redditi più bassi - però è vero che la Pac registra diverse situazioni paradossali, come il sostegno a produzioni eccedentarie che poi vengono esportate danneggiando con una concorrenza imbattibile i contadini di paesi poveri, e quello a settori pesanti, per esempio due euro al giorno per ogni vacca. Però, quel che Blair non dice, rileva Morgan Oddy in un documento di Public Citizen Europe, è che il budget europeo rappresenta meno dell'1,2% dei bilanci degli stati nazionali. E la Pac è, con la politica regionale, l'unica politica attualmente integrata a livello europeo; i sostegni nazionali all'agricoltura sono stati trasferiti in gran parte a livello europeo. A ben calcolare, dunque, le somme assegnate all'agricoltura del Vecchio continente sono di gran lunga inferiori a quelle di qualunque altro settore produttivo, improduttivo e perfino distruttivo: la Francia spende per il suo esercito quasi quanto l'Europa intera per la sua alimentazione.
E poi, quale modello di agricoltura sostiene il governo del Regno unito? Se lo chiede la Coordination Paysanne Européenne (Cpe), il sindacato «alternativo» aderente alla rete internazionale Via Campesina, in un comunicato (sul sito www.cpefarmers.org) ripreso dall'Associazione rurale italiana (Ari). La risposta: «Il Regno unito ha fatto la scelta ultraliberista di abbandonare la sua agricoltura per approvvigionarsi sui mercati mondiali. Là i contadini sono scomparsi o sono entrati in una ricerca di competitività che ha fatto correre enormi rischi sanitari a tutti gli europei». Vacca pazza e afta epizootica hanno avuto il loro epicentro e un gigantesco olocausto proprio nelle campagne british.
La Cpe spera che la critica alla Pac porti a una sua vera riconversione e non alla sua pura e semplice soppressione. Il problema non è il volume delle spese, che in sé non sarebbero esorbitanti: un'alimentazione di qualità e un mondo rurale vivo, che crea lavoro, sono infatti questioni primarie; e si tratta anche di sostenere un'agricoltura positiva nei nuovi paesi membri. Il problema vero è il cattivo uso che ancora viene fatto del denaro, malgrado le riforme: tuttora la maggior parte del sostegno pubblico all'agricoltura va alle aziende più grandi e a sostegni diretti o indiretti all'esportazione. I pagamenti diretti (aiuti) servono a far abbassare i prezzi agricoli senza che vantaggi per i consumatori; sono le multinazionali della distribuzione e dell'agro-alimentare ad essere le principali beneficiate, perché così approvvigionano a basso prezzo. Inoltre, gli aiuti Pac vanno ai modelli produttivi più inquinanti, più consumatori d'acqua e di energia. I contribuenti pagano più volte: per una Pac che elimina contadini ma anche per i danni che essa provoca.
Ma al livello attuale dei prezzi agricoli, la soppressione dei pagamenti diretti agli agricoltori significherebbe il loro annientamento: «Vogliamo davvero affidare la produzione del nostro cibo a Stati uniti, Brasile, e Cina? Vogliamo davvero abbandonare i territori agricoli? Perdere ogni possibilità di lavoro nell'agroalimentare?», si chiede il sindacato. La riduzione dei pagamenti diretti si può fare solo con un aumento dei prezzi agricoli. La Cpe propone un progetto di politica agricola che concilii obiettivi produttivi, ambientali, sociali e di tutela del territorio e rispetti anche gli agricoltori dei paesi terzi, vietando ogni forma di esportazione a prezzi inferiori ai costi di produzione. E' la risposta a Blair & C.
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