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TERRA TERRA
15.07.2005
  • | di KARIMA ISD,
    L'agricoltura bio può essere global?
    E' molto di più di una semplice produzione salutistica: l'agricoltura biologica ha valenze ambientali (conserva il territorio, la biodiversità, perfino non ammazza le rondini con i pesticidi), sociali (solo con quella percentuale in più molti agricoltori riescono a sopravvivere in aree marginali), perfino climatiche (si abbatte il contributo che il settore agroalimentare dà all'effetto serra... purché le cipolle bio italiane non siano vendute in Argentina e viceversa, come avviene, con grande spreco di carburante). Dunque l'agricoltura biologica - certificata o meno - è fondante per la qualità della vita in un paese, anche di chi non mangia bio. La qualità e l'ecosostenibilità hanno un costo e dovrebbero essere incoraggiate, tanto più che le Linee guida comunitarie per lo sviluppo rurale 2007-2013 (in via di definizione) ne fanno un settore strategico. Ma l'economia italiana del biologico è in crisi (quella mondiale continua a crescere al ritmo del 10% annuo); sulle cause e sul futuro si sono interrogati ieri mattina a Roma gli operatori del settore in un convegno organizzato dalla Fiao (Federazione italiana agricoltura organica).

    Anzitutto i numeri, indicati dagli esperi dell'Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo e alimentare) e dell'Inea (Istituto nazionale di economia agraria). Dopo anni di rapido sviluppo, con aumento delle aziende, delle aree, dei consumi e delle stesse esportazioni, sembra che nel 2001 il settore sia giunto al suo picco; da allora sono calate aziende (soprattutto le piccole) e superfici coltivate nei principali settori, cereali, olio, vino, agrumi, frutta, ortaggi (aumentano invece la zootecnia biologica e le relative colture foraggere, e in generale un modello estensivo più continentale che mediterraneo). Molti agricoltori sono economicamente insoddisfatti, non vedono vantaggi, non riuscendo ad arrivare al mercato a prezzi decenti; d'altra parte sono entrati in scadenza diversi contributi europei (a eccezione di alcune regioni, dove è bio-boom, come in Basilicata).

    Guardando a valle della zolla si capisce il perché della crisi: mentre i consumi interni sono scesi del 4% all'anno nel 2004 (i consumatori guardano di più al prezzo), la trasformazione e la commercializzazione tengono, le aziende di importazione aumentano. Ed è lì che si fanno i guadagni. La globalizzazione, eccola: le imbattibili Nestlé, Mars e Unilever entrano nel settore; si importano perfino prodotti mediterranei (e intanto esportiamo più che vendere in casa); la Grande distribuzione organizzata o Gdo inaccessibile dai piccoli contadini fa la parte del leone insieme ai supermercati del bio; si fanno strada i consumisti prodotti «di quarta gamma» (il fresco preparato e confezionato) con materie prime estere.

    Che fare? La Germania, primo mercato bio in Europa, punta ai bassi costi con i discount, importando dall'estero (soprattutto nuovo Est europeo, Mediterraneo, resto del mondo) «dove il costo del lavoro è di due dollari l'ora, imbattibile», ha ricordato ieri Gino Girolomoni dell'Amab. L'Italia dovrebbe fare diversamente, «se non vogliamo una situazione in cui a più consumi corrisponda meno produzione nazionale», ha ammonito Fabio Lunati di Nomisma. Si parla di un marchio «bio italiano»: ma l'Ue lo boccerebbe? Tutti d'accordo che occorra lavorare sui prezzi e sulla filiera corta: i due anelli deboli della catena - i piccoli produttori e i consumatori - sono perdenti; dovrebbero allearsi con le vendite dirette (in effetti i gruppi di offerta e domanda, come i gruppi d'acquisto hanno un piccolo boom), con le campagne per il consumo «in casa», cioè nell'Italia del Sud, con l'ingresso nelle mense scolastiche dove si forma il consumatore di domani. E perché non riattivare i consorzi agrari facendone dei supermercati per l'accesso diretto dei produttori ai consumatori? E' un momento chiave per le trattative politiche sul biologico: nei prossimi sei mesi si potrebbe decidere il futuro della politica agricola italiana.



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