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TERRA TERRA
19.07.2005
  • | di KARIMA ISD,
    Microirrigazione per microaziende
    L'acqua utilizzata dal settore agricolo è sempre più contesa dall'industria e dalle città. Oggi il 95% dell'irrigazione agricola dipende da canalizzazioni e tecniche di allagamento a bassa efficienza e con elevate perdite dovute all'evaporazione, al ruscellamento e alla percolazione; si aggiunga che molte aree del mondo sperimentano siccità ricorrenti, a causa dei cambiamenti climatici e non solo. In un simile contesto, l'ancora poco conosciuta microirrigazione minimizza il consumo di acqua, che viene somministrata, di frequente e in piccole quantità, direttamente alle radici o alle foglie delle piante. Insomma, irriga le colture, non il suolo. Ha anche il vantaggio di ridurre il ricorso a dighe e «grandi opere» che sempre più si rivelano insostenibili economicamente ed ecologicamente. Eppure solo il 6% delle terre irrigate nel mondo fa ricorso alla microirrigazione; in Cina (il paese che ha più ettari irrigati al mondo) e in India la percentuale scende allo 0,5%. Il metodo è invece molto usato in Israele. Gli israeliani sono stati i primi a sviluppare il sistema dell'irrigazione goccia a goccia, quintuplicando le rese a parità di acqua usata; a partire dagli anni 60 la tecnica fu applicata in regioni semiaride di Australia, Nuova Zelanda, Stati uniti, Messico e Sudafrica. Fino a poco fa la si associava però a elevati investimenti e a coltivazioni su larga scala. In India, ad esempio, sopravvivono sistemi di irrigazione a goccia di tradizione centenaria, come quello di bambù a Meghalaya, ma le tecnologie moderne arrivate negli anni 70 da Israele e Usa furono destinate agli agiati agricoltori commerciali. Ma in India e altrove il trend sembra cambiato. Si sta ora lavorando a sviluppare e diffondere sistemi di microirrigazione a basso costo per contadini piccoli o perfino marginali. La tecnologia, che permette l'utilizzo di acqua piovana immagazzinata, si è rivelata utile - soprattutto in campo orticolo - nella stessa arida regione del Sahel, dopo essere stata sperimentata con successo nelle regioni del Sudest asiatico. Nell'Africa dell'est l'irrigazione a goccia è promossa dall'Itdg (Intermediate Technology Development Group) e dalla rete Alin (Arid Land Information Network) che vende kit a poco prezzo e di piccole dimensioni: anche per 100 metri quadrati di superficie, spesso gli orti hanno queste dimensioni. L'Itdg ha anche ripreso, adattato e sperimentato in Sudafrica e Zimbabwe un metodo antico come l'uso di tubi di argilla porosi che ha dato buoni risultati nell'irrigazione di orti collettivi coltivati da centinaia di donne. E' cruciale che sempre più le tecnologie appropriate entrino nella produzione e distribuzione in serie, affinché possano raggiungere i produttori agricoli. Ed è anche cruciale che i piccoli coltivatori riescano ad accedere alla microfinanza, per l'acquisto di tecnologie appropriate ma certo non gratis.

    Irrigare è un problema non solo nel Sahel o in pianure africane o asiatiche ma perfino sulle montagne, che pure sono i serbatoi del mondo, generando l'80% dell'acqua dolce del pianeta. Per esempio, sull'Himalaya centrale e occidentale almeno tre quarti di tutti i contadini hanno difficoltà ad avere, canalizzare, conservare e/o distribuire l'acqua. La pioggia è certo abbondantissima, ma le acque ruscellano via nei grandi fiumi; non rimane che l'acqua dei torrenti (intermittente, stagionale, esauribile) e quella delle sorgenti o dei canali in pendenza. Le tecniche tradizionali o quelle moderne di irrigazione richiedono combinazioni spesso proibitive di terra, lavoro, tecnologia, materiali e denaro. Un piccolo coltivatore può avere al massimo mezzo ettaro, spesso suddiviso in molti appezzamenti, magari separati e non vicini all'abitazione. Sorgenti o canali non sono disponibili ovunque. Anche in quei contesti la microirrigazione è importante per la sicurezza alimentare; permette di fare più di un raccolto all'anno e migliora la produttività.



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