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TERRA TERRA
02.08.2005
  • | di PAOLA DESAI,
    La vittoria dei cocaleros peruviani
    I cocaleros di Huanuco, in Perù, l'hanno spuntata: di fronte a uno sciopero durato settimane, il consiglio regionale ha deliberato di legalizzare la coltivazione della pianta della coca in questa regione sul versante orientale delle Ande, che qui digradano ripide verso l'immensa conca amazzonica. Tipicamente andina, la coca è ormai da tempo «discesa» in queste regioni tra Ande e Amazzonia (tra i 1000 e 2000 metri d'altezza). La foglia di coca, rivendicano i coltivatori, fa parte della tradizione andina: i vecchi la masticavano per ore o ne facevano infusioni, il mate de coca, che chiunque può comprare in bustine già pronte. Infatti la coca è una coltivazione legale, o meglio: non vietata da specifiche leggi nazionali. E però l'ingrediente di innocenti tisane può anche trasformarsi in cocaina, una delle merci da export più redditizie della regione che dalla Colombia si è ormai estesa verso altri paesi andini. Merce illegale, beninteso, oggetto di un narcotraffico che sta stravolgendo anche l'Amazzonia peruviana. Così negli ultimi anni anche il Perù, dopo la Colombia, ha avviato «programmi di sradicamento» della pianta di coca - generosamente finanziati dagli Stati uniti, con corollario di polemiche (ad esempio sull'uso di fumigazioni aeree con erbicidi). In Perù il governo ha istituito un «programma di sviluppo alternativo» che però si è tradotto più che altro in squadre di «sradicatori» mandati a strappare i campi di coca: cosa che ha fatto infuriare i coltivatori di tutti i distretti cocaleri, da quelli di Cuzco e Ayacucho sulla cordigliera andina a quello di Huanuco: anche perché, accusano molti, lo sradicamento è stato fatto spesso con erbicidi che hanno contaminato ogni altra coltivazione e le fonti d'acqua. L'ente «di sviluppo alternativo» allora ha offerto una sorta di scambio, infrastrutture di sviluppo rurale, sementi e aiuti a chi stradica volontariamente la coca per coltivare altro. Le cose non hanno funzionato meglio, però, perché yucca, riso o ananas non saranno mai altrettanto redditizi della coca, e molti sono finiti in rovina.

    Così sono cominciate le agitazioni. Marce, scioperi (la protesta si è in parte saldata a quella di tutti i sindacati rurali contro un Trattato di Libero Commercio che il Perù sta negoziando con gli Stati uniti). Nella regione di Huanuco, ad esempio, le associazioni di coltivatori e cocaleros chiedevano al governo le strade e gli aiuti mai arrivati, gli incentivi per avviare coltivazioni di palma da olio invece della coca, ribassi del prezzo (proibitivo) del gas e dell'elettricità. Il governo regionale si è dichiarato contro lo «sradicamento indiscriminato», ma la trattativa era bloccata. Alla fine di giugno i cocaleros di Huanuco hanno bloccato la strada che attraversa la regione, unica via carrozzabile che collega la costa peruviana al bacino amazzonico. Per oltre due settimane nessun autobus né camion ha potuto raggiungere Pucallpa, sul rio Ucayali (precursore del rio delle Amazzoni), avamposto urbano nella giungla. Sono rimasti bloccati nel porto fluviale i battelli che trasportano persone e merci in tutta la regione amazzonica, fino alla città di Iquitos - 800mila abitanti, ma raggiungibile solo via fiume o in aereo. I rifornimenti cominciavano a scarseggiare, il clima sociale diventava rovente.

    E' così che i cocaleros l'hanno spuntata. Il decreto che il 19 luglio ha legalizzato la coltivazione della coca ha un precedente: il consiglio regionale di Cuzco aveva già fatto lo stesso. La differenza è che nella regione andina le foglie di coca finiscono davvero in consumo «tradizionale», mentre a Huanuco, stima il ministero dell'agricoltura, solo 27 tonnellate di foglie su una produzione annuale di 30.781 tonnellate vengono vendute dai produttori all'ente statale che la commercializza legalmente. Insomma, la coca coltivata in queste valli tra Ande e Amazzonia finisce in cocaina, alimentando un redditizio narcotraffico. Lo sciopero dei cocaleros è meno innocente di quel che appare.



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