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TERRA TERRA
09.08.2005
  • | di KARIMA ISD ,
    Il solare dopo Hiroshima e Nagasaki
    Mentre si commemora il sessantesimo anniversario dell'oscenità atomica sulle città giapponesi (Nagasaki fu colpita il 9 agosto), si dovrebbe celebrare il cinquantesimo anniversario della costituzione della International Solar Energy Society. Due ricorrenze opposte, che una considerazione può collegare: mentre l'energia solare non può che essere pacifica, l'uso «civile» (energetico) del nucleare è parente stretto dell'uso militare. Gli studiosi che avevano lavorato alla bomba atomica avevano intuito le potenzialità dell'energia nucleare; nel 1939 Fermi affermò che le forze liberate dalla fissione del nucleo atomico avrebbero potuto muovere navi e alimentare centrali elettriche. Anche nell'attualità l'intreccio non si può dire sciolto; la maggiore potenza militare nucleare Usa è anche la maggiore potenza «civile» nucleare, in grado di bacchettare i paesi non membri del club atomico se giocano sul confine fra i due crinali. Per questo, è davvero troppo ottimistica l'affermazione della Iaea (Agenzia internazionale per l'energia atomica), che dalla sua nascita nel 1957 promuove le «tecnologie nucleari sane, sicure e pacifiche». L'ultimo rapporto Iaea, Global nuclear developments in 2004, documenta il «ruolo crescente delle applicazioni nucleari nelle iniziative globali di sviluppo sostenibile». Un errore davvero storico, perché che il futuro non fosse nel nucleare civile se ne accorse una commissione statunitense già nei lontani anni `50. Come spiega il professor Giorgio Nebbia in un articolo sulla newsletter Green Cross, l'amministrazione Truman affidò ad una commissione presieduta da William Paley un'indagine sulle risorse per il futuro dell'America. Ebbene in quel documento poche speranze erano riposte nell'energia nucleare a fini commerciali e molte di più nelle fonti energetiche rinnovabili: sole, vento, moto ondoso. Nel 1955 a Phoenix in Arizona si svolse una conferenza internazionale sull'energia solare e là, scrive Nebbia, «apparve che le ricerche sull'uso dell'energia solare erano già state numerosissime e che erano disponibili i fondamenti tecnici per un uso su larga scala di tale fonte; quasi tutti i problemi erano stati esaminati e risolti e si sapeva come ottenere, con l'energia del sole, calore a bassa e alta temperatura, come riscaldare edifici e distillare l'acqua del mare, come cuocere gli alimenti, come azionare macchine per far funzionare frigoriferi e pompe e centrali elettriche. L'unica soluzione `nuova' sarebbe venuta nel 1955 con la costruzione su scala industriale delle celle fotovoltaiche, i dispositivi che trasformano direttamente la radiazione solare in elettricità». Un inventario fatto del 1955 elencava centinaia di laboratori attivi nel mondo (sette anche in Italia, fra cui l'Istituto di Merceologia dell'Università di Bari) e migliaia di articoli; la conferenza di Phoenix e la nascita della Solar Energy Society furono di stimolo a nuove ricerche. Ma negli anni sessanta il petrolio a basso prezzo disincentivò le attività nel campo dell'energia solare. In quel periodo Giorgio Nebbia e il professor Righini scrissero per Feltrinelli il libro «L'energia solare e le sue applicazioni». Vendette poche decine di copie: il sole non interessava più. Dopo la crisi petrolifera del 1973 l'aumento del prezzo del petrolio spinse imprese e governi a guardare di nuovo al sole, ma in maniera avventurosa e affrettata. Ci fu una breve moda del solare negli anni 70, basata su pannelli scarsamente funzionanti. Poi, decenni di buio fossile. Adesso il petrolio è di nuovo alle stelle e minacciato di esaurimento, e qualche attenzione in più per il solare c'è. Ma occorrerebbe una riforma di civiltà tecnologica: le attuali macchine che forniscono energia sono state progettate contando sulla disponibilità di fonti di energia ricche e concentrate, mentre l'energia solare è dispersa su grandi superfici e il suo «approvvigionamento» dipende dalle ore del giorno, dalle stagioni, dalla località, dai capricci del clima.



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