mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
10.08.2005
-
| di KARIMA ISD
,
Come salvare tigre e indiani
Dopo lo shock della completa scomparsa delle tigri dalla riserva Sariska nello stato del Rajasthan, il primo ministro indiano Manmohan Singh ha istituto una task force per una maggiore protezione del felino, composta da cinque esperti e presieduta dall'ambientalista Sunita Narain del Centre for Science and Environment (Cse), centro studi ambientalista che da sempre ha un indispensabile approccio «eco-sociale» ai problemi del subcontinente. Infatti il rapporto che il gruppo ha presentato al governo lo scorso 5 agosto ha ben chiaro il principio che le foreste non sono solo luoghi selvatici ma anche, da sempre, habitat di esseri umani; e che quindi la tigre va salvata «all'indiana». Certo una questione da affrontare con durezza sono i cacciatori di frodo che minacciano le superstiti 3.700 tigri indiane (dalle 40.000 che erano un secolo fa). I felini sono ambite prede non solo per l'uso della pelliccia di tigre che incredibilmente continua (non certo in India), ma anche perché la medicina tradizionale cinese utilizza diversi organi del felino (denti, ossa, pene) per ricette a sfondo afrodisiaco; ciò alimenta un intenso commercio illegale fra i due paesi. Su invito della task force, il governo sta creando un ufficio federale per i crimini contro la vita selvatica, anche perché finora solo il 5 per cento dei colpevoli è processato e punito. E' poi ritenuta indispensabile una collaborazione con le autorità cinesi. Ma guardie armate e repressione non bastano; molti soldi sono stati spesi in queste attività e la tigre è sparita lo stesso dalla riserva rajasthana.
Comunque, come riferiscono la Reuters e la newsletter del Cse, globalmente parlando le minacce alla tigre indiana vengono dalla «combinazione letale» fra i fucili dei bracconieri e la crescente rabbia delle popolazioni locali, gruppi tribali che vivono e lavorano negli oltre 250 villaggi situati in aree cruciali all'interno delle 28 riserve indiane dedicate al felino. Finora queste comunità, povere e cresciute di numero, non hanno tratto benefici dalla conservazione ambientale, anzi hanno perso la possibilità di attingere alle risorse forestali, mentre hanno visto lievitare i guadagni degli hotel per ecoturisti vicino ai parchi... Insomma, hanno la certezza che finora la protezione della tigre abbia giovato a pochi e danneggiato loro, i più poveri. E' un problema comune a molte aree del Sud del mondo, e qui sta l'importanza della «soluzione indiana» proposta dai cinque esperti.
All'interno della task force c'è stato un dibattito acceso sulla questione della «coesistenza» e alla fine il rapporto ha concluso che alcune aree debbono essere dedicate interamente alle tigri, specie in via di estinzione, mentre in altre le poche tigri e i tanti esseri umani devono coesistere. Negli ultimi 30 anni, gli abitanti di 80 villaggi sono stati reinsediati altrove. Ricollocare altrove gli abitanti di altri 250 villaggi che più «disturbano» l'habitat delle tigri costerà oltre dieci di milioni di euro, una cifra al ribasso, calcolata sulla base del magro pacchetto di aiuti offerto in passato dal governo e senza considerare il costo dei suoli da attribuire alle comunità sloggiate. Il rapporto raccomanda che le operazioni di spostamento siano programmate e condotte con più sensibilità e attenzione per gli interessi delle popolazioni; anzi, tutto deve essere fatto in piena consultazione con gli interessati.
Altri 1.250 villaggi si trovano poi in aree di riserva un po' meno importanti, ma non indifferenti per la sorte della tigre. Non è pensabile evacuare anche queste comunità; e allora, ha spiegato Sunita Narain, «il paese non ha altra scelta se non fare pace con le comunità che condividono la casa con le tigri», ad esempio coinvolgendole nel turismo nelle riserve forestali, ma non solo; si tratta di investire nel miglioramento e nella cogestione della foresta, nell'acqua e nelle economie delle comunità locali. Solo così la conservazione porterà benefici anche agli esseri umani.
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