domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
27.08.2005
-
| di KARIMA ISD,
Nicaragua, la vittoria dei bananieri
Juan Evenor Prado, nicaraguese, quando lavorava come bracciante nelle piantagioni di banane fu esposto ai pesticidi Nemagon e Fumazone. Come molti altri compagni di lavoro - si calcola decine di migliaia in America centrale - diventò permanentemente sterile. Giorni fa, Juan Prado e altri 150 braccianti nicaraguesi resi invalidi dal lavoro nelle piantagioni hanno ottenuto una vittoria: la giudice Socorro Toruño Martínez, magistrato del lavoro del distretto di Chinandega, ha condannato le multinazionali nordamericane Dole Food Company Inc. e Standard Fruit Company (proprietarie delle piantagioni), Dow Chemical Company, Occidental Corporation e Shell Oil Company (produttrici dei pesticidi) a pagare 97 milioni di dollari ai 150 contadini ricorsi in giudizio. Ne riferisce il giornale di Managua El Nuevo Diario. La vittoria in sede giuridica è l'esito di una lunga battaglia dei lavoratori agricoli nicaraguensi per veder riconosciuto il proprio diritto alla salute (questa rubrica ne ha reso conto). Il nematocida Nemagon ha come sostanza attiva il dibromocloropropano (Dbcp), che agisce sul sistema endocrino e che per molto tempo è stato classificato dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) come «estremamente nocivo»; ora è diventato, finalmente, «obsoleto». Dow e Shell iniziarono a produrlo alla fine degli anni `50, non rivelando al governo Usa - che ne approvò l'uso commerciale nel 1964 - i risultati preoccupanti dei test di tossicità.
Nel 1977, i lavoratori e i sindacati della fabbrica che produceva il pesticida in California denunciarono i primi casi di sterilità umana causati dal Dbcp. Nel 1979 l'uso del prodotto fu bandito negli Stati Uniti; ma - come spesso succede - continuarono le esportazioni verso paesi non privilegiati. Standard Fruit (della Dole), Del Monte e United Fruit (ora Chiquita), e altri, utilizzarono a lungo il prodotto in America Centrale. Minando la salute non solo dei lavoratori ma anche quella delle lavoratrici; molte di loro hanno subìto aborti ripetuti, disordini mestruali, cancro all'utero e al seno. Uomini e donne, poi, condividono emicranie, dolori articolari, perdita della vista, febbri, ematomi, ansietà e disordini nervosi, depressione, casi di cancro allo stomaco.
In favore dei 150 ex braccianti, le prove documentali erano incontestabili. Ad esempio, per distribuire il Nemagon si usavano, di notte, le stesse tubature d'acqua potabile che poi di giorno fornivano ai lavoratori l'acqua per bere, per lavarsi e cucinare. Ben 27 documenti probatori provenivano dalle stesse compagnie; fondamentale è stata la lettera che la Dow Chemical, produttrice del Nemagon, mandò alla Stardand Fruit per segnalare che, sì, quei prodotti potessero essere nocivi per gli esseri umani, e tuttavia il guadagno in termini di produttività derivante dal loro impiego sarebbe stato maggiore dei danni eventualmente da pagare.
Gli avvocati degli ex braccianti sperano che quest'ultima sentenza sia presto eseguita, visto che sono state rispettate tutte le norme e procedure di legge. Le multinazionali, infatti, hanno potuto intervenire tramite i propri avvocati in assoluta libertà e presentare prove e controprove. La giudice Toruño Martínez ha ordinato che la sentenza sia eseguita negli Stati Uniti. Il caso non finisce lì. L'equipe di avvocati del paese centroamericano rappresenta un universo di quattromila ex lavoratori e si annunciano altri processi a Chinandega e Managua. Anzi, è già in corso un procedimento che riguarda altri 1.600 presunti danneggiati. Già nel dicembre 2002 un giudice nicaraguense ordinò a Dow, Shell e Standard Fruit di pagare 490 milioni di dollari in indennizzi a 583 lavoratori bananieri, sulla base di una legge del paese, del 2001, che gettava le basi legali per procedimenti avanzati da lavoratori del paese contro aziende straniere. Ma le aziende contestarono vizi burocratici. All'inizio degli anni 90, 16mila braccianti di diversi paesi chiesero risarcimenti davanti a una corte del Texas; nel 1997, le compagnie chimiche produttrici accettarono di pagare un totale di 415 milioni di dollari.
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