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TERRA TERRA
10.09.2005
  • | di MARINA FORTI,
    L'oleodotto calpesta i diritti umani
    I pozzi di petrolio sono a Doba, nel Ciad meridionale, da dove un oleodotto trasporta il greggio per 1.100 chilometri fino alla costa dell'Atlantico, in Camerun. E' noto come «progetto Ciad-Camerun»: vi sono stati investiti 4,2 miliardi di dollari, forse il maggiore investimento privato in Africa. E' condotto da un consorzio di compagnie guidato da ExxonMobil, con Chevron e con l'azienda statale della Malaysia, Petronas; ha il sostegno di banche private, agenzie (pubbliche) di credito per l'export e della Banca Mondiale. L'oleodotto è entrato in attività nel 2003, dopo anni di polemiche e proteste (di cui questa rubrica ha riferito spesso). Ora Amnesty International torna a parlare del progetto Ciad-Camerun, e con allarme: dice che è una minaccia per i diritti umani nei due paesi africani. «Gli accordi che reggono il progetto rischiano di minare gravemente la capacità e la volontà del Ciad e del Camerun di proteggere i diritti umani dei loro cittadini, lasciando le compagnie petrolifere di fatto senza controllo nella zona dell'oleodotto», si legge in un lungo rapporto (Contracting out of human rights: the Chad-Camerun pipeline project, pubblicato mercoledì a Londra). In effetti, sostiene Amnesty, «le parti contraenti - i governi di Ciad e Camerun e il consorzio guidato da ExxonMobil - sono venute meno alle loro responsabilità sui diritti umani». Per dire questo, Amnesty analizza il contratto di concessione tra i due stati e gli investitori: ad esempio dove impone ai due governi penalità finanziarie pesanti in caso di sospensione delle attività nei pozzi o all'oleodotto - anche se questa fosse dovuta a un intervento per dirimere questioni sociali e proteggere i diritti della popolazione locale o dei lavoratori. Quel contratto, dice l'organizzazione per i diritti umani, permette di fatto alle compagnie di operare senza rispettare leggi nazionali. E non è un'eventualità teorica.

    Amnesty ricorda che pozzi e oleodotto hanno già portato ad abusi verso i poveri agricoltori della regione, a cui è stato negato l'accesso alle terre senza risarcimenti, o a cui è stata tolto l'accesso ai pozzi d'acqua potabile. Le comunità di pescatori Kribi sulla costa del Camerun, hanno visto crollare la pesca e dunque della propria fonte di reddito. Amnesty ricorda che in Ciad e in Camerun i diritti umani sono spesso calpestati, che si tratti della popolazione che vive attorno all'oleodotto o più in generale di tutti i cittadini. I sistemi giudiziari sono inefficaci e vulnerabili a interferenze dello stato: «Non bilanciano governo e interessi commerciali potenti». I tribunali e la polizia «non sono preparati a proteggere i diritti umani delle popolazioni dagli effetti avversi di grandi progetti di sviluppo economico». In Ciad un ciclo quasi continuo di conflitti armati dagli anni `60 ha lasciato una pace fragile; il presidente Idriss Déby, che ha preso il potere con un colpo di stato militare nel 1990, ha usato tortura e uccisioni di massa per sottomettere ribellioni armate; nel sud, dove sono concentrate le riverse petrolifere - e dove il petrolio ha ingrandito gli appetiti di potere e acuito la repressione - le operazioni anti-guerriglia sono state particolarmente brutali. Nel Camerun, da 22 anni sotto il governo del presidente Paul Biya, Amnesty segnala che l'uso della tortura è comune e che gli oppositori scompaiono in carcere dopo processi non credibili.

    Amnesty conclude che «attorno all'oleodotto prevale un clima di paura e intimidazione». Ecco un altro esempio di come lo sfruttamento di una risorsa naturale porta a una spirale di corruzione, abuso, negazione di diritti, violenza. Amnesty spiega di aver condotto questa indagine nel quadro di una ricerca sull'impatto degli investimenti privati sui diritti umani. E chiama in causa non solo i due governi africani ma anche le aziende petrolifere, e poi la Banca Mondiale e in particolare il suo istituto di credito privato, la International Finance Corporation, che «portano parte della responsabilità» - se non altro dovrebbero attenersi ai loro codici di condotta, che impongono di non sostenere progetti che violano i diritti umani.

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