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TERRA TERRA
08.10.2005
  • | di KARIMA ISD ,
    Metti un orango nel motore
    Diversi governi, non solo europei, stanno incoraggiando il ricorso alla biomassa vegetale come combustibile per i trasporti e per la produzione di elettricità. I biocombustibili sono ricavati da piante oleaginose, da residui di coltivazioni o dal legno, e sono quasi neutri dal punto di vista delle emissioni di Co2 perché bruciando restituiscono all'atmosfera il carbonio che le piante hanno intrappolato durante la loro crescita. Così, l'uso del biodiesel al posto dei carburanti di origine fossile (benzina, gasolio, metano e Gpl) è promosso come una delle soluzioni al riscaldamento climatico. Ma, se l'utilizzo dei residui e degli scarti vegetali è benvenuto ed effettivamente ecologico, la coltivazione di piante da destinare appositamente all'uso energetico solleva dubbi e fa intravedere rischi. I dubbi riguardano anche le colture italiane, perché se si tiene conto del processo di lavorazione agricola (che richiede petrolio e suoi derivati), il risparmio di Co2 non è poi così totale; per 10.000 ettari destinati a biomassa, le emissioni di Co2 evitate sono pari a meno di 6.000 tonnellate. D'altra parte, per far fronte all'intero fabbisogno del solo gasolio da autotrazione in Italia, occorrerebbe coltivare a girasole e simili oltre il 40% della superficie del nostro paese, compresi fiumi, laghi e monti (lo ha detto il ricercatore dell'Università di Siena Mirko Federici a un recente evento romano sulle emissioni zero). L'Europa non ha a disposizione abbastanza terra per ricavare grosse quantità di biocombustibile e biocarburante. E allora, concreto è il pericolo che si decida di acquistare biodiesel ricavato dalle colture tropicali, soprattutto di olio di palma, impiantate al posto delle foreste. In tal modo, per rispettare il Protocollo di Kyoto l'Europa, fra gli altri, distruggerebbe le maggiori protettrici del clima.

    Due colture tropicali adatte a diventare biodiesel e attualmente soprattutto destinate com'è ovvio all'industria alimentare, sono la palma da olio (Elaeis guineensis, una produzione di olio per ettaro superiore a quella di ogni altra coltura), che cresce soprattutto in Sudafrica, e la soia, coltivata soprattutto in Sudamerica. La loro intensificazione per gli usi dell'industria alimentare e dei detergenti è già fra le maggiori cause della perdita delle foreste pluviali e della savana tropicale. Un allarmante rapporto intitolato Oil Palm Plantations and Deforestation in Indonesia, realizzato dal Wwf e da 50 associazioni indonesiane prevede che la crescente domanda di olio di palma per uso alimentare in Cina, India e Pakistan distruggerà completamente la foresta e la vita selvatica in Indonesia (la foresta del Borneo è rifugio fra l'altro delle ultime famiglie di Orang Utan e di molte altre specie in pericolo di estinzione), a meno che i businessman internazionali dell'olio non intervengano per incoraggiare pratiche che salvino la foresta; comunque, per ora l'80% dell'olio di palma indonesiano è esportato in Europa e Usa. Anche la coltivazione mondiale di soia dovrebbe raddoppiare entro il 2020, facendo sparire ampie aree di foresta tropicale in Brasile, Argentina, Bolivia e Paraguay. In questa situazione arriva la sete di biodiesel. Come si legge su un portale del movimento Ecological Internet (http://forests.org/action/alert.asp?id=biofuel) che chiede di mandare appelli alla Commissione europea, nel luglio di quest'anno il governo indonesiano ha annunciato che, soprattutto per soddisfare la domanda di biocombustibili, occorrerà ampliare ancora quella che è già la maggiore piantagione di palma da olio al mondo. Dall'altro capo della catena, per nutrire le proprie centrali elettriche, i Paesi Bassi hanno aumentato le importazioni di olio di palma dall'Indonesia del 100% e dalla Malaysia del 788%, in pochi anni.

    L'Unione Europea e il mondo farebbero meglio dunque a investire nelle energie davvero pulite; e quanto alla biomassa, a sviluppare l'uso dei residui forestali e agricoli prodotti regionalmente.

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