mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
15.10.2005
-
| di MARINA ZENOBIO,
La lunga marcia delle agricoltrici
Coltivano mais, fagioli, canna da zucchero, coca e cacao, yucca e maracuyá. Parlano lingue diverse, provengono da paesi diversi e hanno colore della pelle diversi. Hanno però in comune l'essere donne, e agricoltrici, latinoamericane e caraibiche. Oggi si renderanno visibili, con una marcia simultanea ma ognuna nei propri paesi e nel rispetto della propria cultura e tradizioni. E' il primo risultato del II incontro della «Red de mujeres rurales de America latina y del Caribe» che si è tenuto dal 25 al 30 settembre a Tlaxcala, Messico: 260 rappresentanti di 100 organizzazioni provenienti da 19 paesi, unite dal desiderio di trasformare il mondo, per essere riconosciute come soggetti di diritto. La maggioranza fa parte di movimenti organizzati e impegnati nella costruzione, al femminile, di nuovi spazi per potersi sviluppare autonomamente. Portano avanti una difficile battaglia contro l'emarginazione, il razzismo, l'invisibilità da parte dei governi e la discriminazione nelle comunità in cui vivono.
Molte di loro, denuncia la Rete, non hanno accesso all'istruzione anche se qualche programma educativo rivolto al mondo femminile rurale si sta sviluppando in Brasile, Argentina, Uruguay e Costa Rica. Le bambine vanno presto a lavorare nei campi, diventano donne e madri presto, troppo presto. Le più fortunate sopravvivono al parto grazie alle «parteras», le levatrici tradizionali che le assistono, ma nei casi più gravi non c'è assistenza adeguata che le aiuti. Non arriva sufficiente informazione sui metodi anticoncezionali, con conseguenti gravidanze indesiderate e alti livelli di morte per aborti «fatti in casa».
La «Rete delle donne agricoltrici dell'America latina e dei Caraibi» denuncia anche che i mezzi di comunicazione non parlano delle loro realtà, delle condizioni in cui vivono, anzi sviliscono i loro valori culturali e la loro identità. Nonostante producano la sussistenza alimentare per intere comunità, e abbiano tramandato per generazioni conoscenza e cultura, le donne agricoltrici continuano ad avere un accesso limitato alle risorse naturali, alla terra e all'acqua e, soprattutto, alle risorse economiche come i sussidi e i crediti. Nella maggioranza dei paesi latinoamericani esistono solo politiche assistenziali che mal si accompagnano con le esigenze delle donne che vivono e lavorano nei campi. Non è raro poi incontrare contadine prive di documenti perché i governi locali hanno reso talmente complicato registrare le nascite nelle zone rurali, che quando nasce una bambina la famiglia ci rinuncia. La conseguenza è che questa «inesistenza» le rende inabili all'esercizio dei loro diritti economici, sociali, culturali e politici.
Obiettivo della Rete è far conoscere alle donne agricoltrici dell'America latina e dei Caraibi i loro diritti, in particolare alle nere e alle indigene vittime in percentuali più altre di discriminazione, violenze psicofisiche e sfruttamento. La violenza e gli abusi sessuali contro le donne è un male sociale che si consuma in ambiti diversi, anche in famiglia. E' aumentato il numero di donne uccise dai mariti o ex, persino dai padri o patrigni. Nelle aree dove ci sono conflitti armati - come nelle zone rurali della Colombia, esempio più emblematico - militari e paramilitari si accaniscono in particolar modo contro di loro e non esistono ricerche ufficiali che permettano di approfondire le cause di suicidi delle donne agricoltrici nel subcontinente americano. Il documento finale tira le somme dei ritardi governativi riguardo le problematiche del mondo rurale femminile, impegna i gruppi che fanno parte della Rete a portare avanti la battaglia per uno sviluppo autonomo. Ma punta il dito anche contro il progetto di globalizzazione economica che contribuisce ad aumentare lo sfruttamento e le disuguaglianze di genere, imponendo alle regioni latinoamericane e caraibiche un ruolo subalterno ai paesi ricchi che dominano il mercato mondiale.
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