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TERRA TERRA
01.11.2005
  • | di KARIMA ISD ,
    Tanto danno per poco oro
    Per l'oro gli esseri umani hanno conquistato, ucciso, rubato. «Prendete l'oro, intimò Ferdinando di Spagna ai conquistadores; se possibile umanamente, altrimenti a ogni costo». Adesso la caccia è giunta a un momento di svolta e il suo futuro è incerto, come sottolinea un lungo reportage del New York Times. Il prezzo è elevato (per la fuga dal dollaro), ma estrarre la maggior parte di quanto ne rimane nelle viscere della Terra comporta costi ambientali sempre più elevati. Le miniere d'oro quasi equivalgono ai depositi di scorie nucleari: sono infatti una minaccia ambientale perenne. Enormi quantità di rocce sono spostate e «strizzate» con il cianuro diluito, che poi finisce ovunque. Nei soli Stati uniti, il costo della loro bonifica raggiungerebbe i 54 miliardi di dollari, secondo stime della statale Environmental Protection Agency. Nel Montana, dopo la catastrofica esperienza nell'area di Zortman, è stato imposto nel 1998 il primo bando totale all'uso del cianuro e lo stop a qualunque nuovo progetto di estrazione aurifera. Bando rinnovato tutti gli anni. Ma ormai il 70% del metallo è estratto nel Sud del mondo. Ad esempio in Ghana. Là, intorno alla moderna miniera di Binsre, molti uomini scavano illegalmente alla ricerca del metallo, mentre aspettano di essere rimborsati per le loro terre perse. La Newmont aprirà una seconda miniera nel 2007: previa deforestazione, previo spostamento di ottomila abitanti e il tutto per creare qualche centinaio di rischiosi posti di lavoro e un gigantesco inquinamento al cianuro.

    Le attività, secondo gli ambientalisti, si svolgono secondo modalità che non sarebbero più tollerate nel Nord e le comunità locali dicono di vedere pochi vantaggi e molti danni. Alcune comunità del Guatemala e del Perù sono riuscite a far chiudere le miniere a forza di proteste. Altre sono in causa. Una provincia filippina ha citato in giudizio la quinta compagnia aurifera del mondo, la canadese Placet Dome, con l'accusa di aver «rovinato un fiume e una baia con una quantità di scorie che se fossero messe su camion uno in fila all'altro farebbero il giro del mondo tre volte» (non deve stupire più di tanto, visto che per ricavare l'equivalente di un semplice anello si spostano tonnellate di roccia). L'impresa accusata si difende dicendo di aver speso 70 milioni di dollari in bonifica e 1,5 a titolo di risarcimento. Addirittura alcune multinazionali si stanno chiedendo se valga la pena continuare la corsa all'oro, considerati i costi per l'ambiente, quelli per la reputazione e il limitato uso industriale dell'oro (si potrebbe del resto usare il tanto che è già in circolazione). «Non ci sono standard chiari e accettati per un'estrazione che sia ecologicamente e socialmente responsabile», ha detto Michael Kowalski, presidente di Tiffany, che l'anno scorso ha comprato una miniera nello Utah che non usa cianuro e anche un'intera pagina di pubblicità facendo appello a «riforme urgenti». L'australiana Bhp Billiton ha venduto la sua proficua miniera Ok Tedi in Papua Nuova Guinea nel 2001 dopo aver distrutto oltre 1.000 ettari di foresta pluviale; motivazione ufficiale: «Estrarre oro non è compatibile con i nostri valori ambientali». La Newmont invece cerca di finanziare scuolette e casette circostanti. Il disagio, comunque, è palese.

    Ma - e questa è la domanda cruciale - chi brama tutto quest'oro nuovo? L'80% di quanto estratto serve a soddisfare i mercati di Cina e India. Gli unici consumi per i quali l'India è prima al mondo sono proprio i gioielli (e poco ne viene dato indietro di vecchio)... La tradizione è eterna, ma le classi medie che si possono permettere chili di metallo sono cresciute di numero solo ultimamente; e così secondo il World Gold Council, i mercati di Shanghai e Mumbai hanno totalizzato 38 miliardi di dollari l'anno scorso. Anche gli emirati si ingioiellano assai, sotto i veli neri. Il secondo consumatore di oro al mondo sono gli Stati uniti; i quali hanno anche le maggiori riserve mondiali: 8.134 tonnellate in lingotti.



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