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TERRA TERRA
14.12.2005
  • | di MARINA ZENOBIO ,
    Monsanto minaccia: via dal Messico
    Ernesto Fajardo, direttore generale della Monsanto per l'area settentrionale dell'America latina, in una recente intervista rilasciata a Poder - rivista di economia dello Zoom Media Group con sede a Miami e succursali in Messico, Colombia e Venezuela - ha dichiarato che se il Messico andrà avanti con l'intento di proibire la semina sperimentale di mais geneticamente modificato sul suo territorio, la multinazionale lascerà il paese. E' la risposta al Senasica (Servizio nazionale messicano per la salute e la qualità agroalimentare), che ha deciso di sospendere tutte le autorizzazioni che avrebbero permesso di sperimentare la coltivazione di mais transgenico sui campi dell'Istituto nazionale di ricerca forestale e agropecuaria. Greenpeace Messico la considera una conquista che deve far riflettere sull'importanza di agire tempestivamente e unitariamente nella lotta per la protezione delle tante varietà di mais autoctone. Ma ha anche allertato tutte le realtà protagoniste di questa battaglia ad aspettarsi il contrattacco delle multinazionali che, a livello globale, controllano il 90% della produzione e distribuzione di sementi ogm: Monsanto, Dow, Dupont, Sygenta, Bayer e Basf. Contrattacco che non si è fatto attendere. E' certo che Monsanto ha urgenza di ampliare l'utilizzo di mais ogm BT10 in Messico, dove è presente in campo agricolo da 25 anni, con affari che rappresentano l'80 per cento dei suoi guadagni ed entrate che l'anno scorso hanno raggiunto i 212 milioni di dollari. Quattro anni fa il governo messicano fu costretto ad ammettere che si erano verificati casi di contaminazione tra sementi di mais originarie e sementi geneticamente modificate nelle zone di Oaxaca e Puebla. Ciò, nonostante che in Messico l'utilizzo di questa biotecnologia fosse stato vietato dal 1999. Probabilmente la contaminazione era avvenuta perché, senza saperlo, alcuni contadini avevano piantato mais locale mischiato con altro importato e che, teoricamente, avrebbe dovuto essere «normale». Le conseguenti proteste avevano obbligato il governo a maggiori controlli anche sulle importazioni. Come spesso accade però, c'è sempre un dossier pronto ad uscire al momento giusto. E il momento giusto è stato lo scorso agosto, quando la rivista nordamericana Proceedings of the national academy of sciences ha pubblicato uno studio secondo il quale sui campi di Oaxaca non vi è traccia di contaminazione da mais geneticamente modificato. Ma le informazioni raccolte sono parziali - come ha dichiarato Beldemar Mendoza dell'Unione delle organizzazioni della Sierra Juárez de Oaxaca - e limitate ad una piccola zona dove ci sono 18 comunità che vivono nella foresta e la cui attività principale non è certo quella di coltivare mais. Ma tant'è che i risultati dello studio - commissionato dall'Università di Washington, il cui principale finanziatore, per quanto riguarda le ricerche sulle biotecnologie, è proprio la Monsanto - hanno dato la stura al Senasica. Le autorizzazioni alla sperimentazione di mais ogm, sui terreni dell'Istituto messicano di ricerca forestale e agropecuaria, sparpagliati in tutto il paese, stavano per partire. Anche questa volta però la paura della contaminazione, soprattutto nelle zone di origine dove si coltiva mais locale e si conserva la sua biodiversità, ha scatenato la protesta delle associazioni ambientaliste - ma anche di contadini e di comunità indigene - che ha portato il governo a fare un passo indietro, ritirando i permessi che avrebbero avviato il «Progetto maestro mais». Di più, il Senasica, organismo che fa parte del ministero dell'agricoltura, ha assicurato che cercherà di confrontarsi con tutte le organizzazioni e i produttori agropecuari che hanno espresso la loro contrarierà al progetto. Si vedrà ora come reagirà il governo messicano alla minaccia della Monsanto di abbandonare il paese.
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