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TERRA TERRA
30.12.2005
  • | di LUCA CELADA,
    Surfin' California, «made in China»
    A Santa Monica, California, i surf shops sono stati presi d'assalto. A Huntington Beach, Jack's Surfboards, che in una buona giornata può vendere quattro tavole da surf, in un giorno ne ha smerciate 20 malgrado le avesse «maggiorate» di 100 dollari oltre il prezzo corrente di 550-600 dollari. Un altro storico negozio, Killer Dana di Dana Point, ha esaurito le scorte in meno di mezza giornata e ha dovuto respingere clienti che facevano la fila chiedendo di acquistarne 5-6 per volta. Un ondata di acquisti-panico provocata dall'annuncio, piovuto come una doccia fredda sui surfisti che galleggiano come boe nelle onde da San Diego a Ventura: la Clark Foam di Laguna Niguel, cioè la più grande manifattura al mondo di foam cores, ha chiuso i battenti dopo aver perso un giudizio che l'ha giudicata «gravemente colpevole di inquinare l'ambiente» disperdendovi illegalmente i materiali fortemente tossici usati nella produzione. Per continuare a lavorare, la manifattura avrebbe dovuto spendere 60 milioni di dollari per miglioramenti ambientali e Rusty Clark, il titolare, l'uomo che più di 40 anni fa aveva inventato il metodo di produzione industriale delle tavole, ha preferito tirare i remi in barca. Le tavole usate nello sport californiano per eccellenza, sono composte di un'anima in poliuretano dall'approssimativa forma ovale che viene successivamente plasmata e ricoperta da un «guscio» di plastica dura e lucida dai singoli progettisti. Sono costoro che modellano la forma finale della tavola, rifinendola a mano al millimetro per massimizzarne le doti aerodinamiche - in alcuni casi si tratta di vere star i cui segreti sono riveriti e ricercati dai surfer alla ricerca dell'onda perfetta e della tavola in grado di fornire la «cavalcata» migliore. Nell'industria del surf - un fatturato annuo di 200 milioni di dollari solo per le tavole e molto di più per accessori, mute, abbigliamento, occhiali ecc. - la progettazione idrodinamica, firmata spesso da grandi nomi del circuito professionisti, può valere centinaia di dollari sul prezzo finale, che spesso si avvicina ai mille dollari.

    Tutto però comincia con stessa anima di poliuretano grossolanamente formata, che è il cuore di ogni tavola poi plasmata a piacimento: e fino alla scorsa settimana il 90% di queste era prodotta dalla Clark.

    La chiusura ha gettato nel caos l'industria di tavole «custom», improvvisamente a corto di materia prima per modellare assi su misura, e ha aperto la porta all'importazione massiccia di tavole preformate di polistirene e resina prodotte in Asia - un anatema per gli intenditori, che provano orrore all'idea di dover presto acquistare boards prefabbricate da Wal Mart. «La fine di un'era», l'ha definita Izzy Tyhanil di Surf Diva, la scuola e azienda di San Diego specializzata nel design di assi e abbigliamento da surf a target principalmente femminile, piangendo la fine del tocco artigiano: «I giorni in cui il progettista poteva disegnare una tavola ottimizzata per lo stile particolare di un singolo surfista sono ormai contati». Iniziano invece presumibilmente quelli della standardizzazione e delle assi prodotte in serie da fabbriche in Cina e altri paesi con normative ambientali e di sicurezza sul lavoro più flessibili.

    Un duro colpo cioè per il surf, sport dall'alone mistico degli spiriti liberi e adepti new age dell'estate infinita. Anche il surf si allinea insomma alle macrotendenze della globalizzazione: alcune linee di tavole «firmate» vengono già prodotte sotto licenza in Cina. Ora, oltre a rimpiangere la fine di un'era, i surfisti, adepti di una cultura notoriamente insulare e tradizionalista, oltreché ostentatamente ambientalista, si sono beccati anche la reputazione di inquinatori.



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