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TERRA TERRA
06.01.2006
  • | di MARINA ZENOBIO ,
    L'amaro mondo dello zucchero
    Lo zucchero è la sostanza che più di altre associamo al gusto dolce, e quindi di benessere, ma si trascina dietro una storia amara. Per alcuni è oggetto di consumo, per altri un articolo di lusso, sicuramente fonte di ricchezza per pochi e un anello in più nella catena della dipendenza per troppi. Il mondo occidentale impegna ingenti risorse nel controllo dello zucchero e ogni anno se ne producono oltre 140 milioni di tonnellate. Si può estrarre dal Saccharum officinarum, meglio nota come canna da zucchero - al mondo se ne coltivano 20 milioni di ettari - e in misura minore dalla Beta vulgaris, la barbabietola da zucchero, coltivata soprattutto nella Federazione Russa e in Ucraina.

    Alcuni dati elaborati dalla Fao per l'anno 2004, riportano che il 70% della produzione mondiale di zucchero è suddiviso tra Brasile (18%), India (14%), Unione europea (12%), Cina (7%), Usa (6%), Tailandia (5%), Messico e Australia (4%). Come sta accadendo per la soia, i più grandi commercianti di zucchero a livello mondiale stanno sperimentando un processo accelerato di integrazione, con pochi soggetti che controllano sia la produzione che la raffinazione e la distribuzione. Sono tre le trasnazionali protagoniste di questo commercio che ogni anno supera i 70 miliardi di dollari : la statunitense Cargill, la francese Dreyfus e l'inglese Tate&Lyle.

    Cargill commercializza più di 6 milioni e mezzo di tonnellate di zucchero grezzo proveniente dal Brasile; Tate&Lyle, tra grezzo e raffinato, controlla quasi 5 milioni di tonnellate e recentemente ha aperto centri di distribuzione in Egitto, Israele, Algeria e Indonesia. Anche la Dreyfus, che possiede due impianti di produzione in Brasile, lavora zucchero grezzo e ne muove ogni anno oltre 4 milioni di tonnellate, la maggior parte delle quali finiscono nelle fabbriche di raffinamento nordamericane.

    Nei paesi dove si coltiva la canna da zucchero, immense piantagioni sono controllate da latifondisti senza scrupoli che non riconoscono alcun diritto sindacale ai lavoratori né tutele per l'ambiente. Una tradizione disperatamente duratura se si pensa che i primi schiavi africani deportati nel Nuovo mondo, nel 1500, lavoravano e morivano nelle stesse piantagioni.

    Il nordest brasiliano è la regione più importante al mondo per produzione di zucchero ma è anche la più povera. Secondo l'Oil (Organizzazione internazionale del lavoro) sono moltissimi i bambini sfruttati nelle piantagioni. Un lavoro duro che, insieme alle pessime condizioni di vita, alla malnutrizione e all'esposizione a sostanze chimiche, provoca handicap fisici e mentali che segneranno i piccoli per tutta la vita. La Ciosl, Confederazione internazionale delle organizzazioni sindacali libere, ha condannato le gravissime violazioni riscontrate nelle zone franche di piantagioni di canna in Repubblica Dominicana. La Iuf (Federazione internazionale sindacati dell'alimentazione) ha denunciato che nelle Filippine, a novembre dell'anno scorso, durante una manifestazione con cui i lavoratori chiedevano il reintegro di un compagno, la polizia ha ucciso 14 cañeros. Il Programma internazionale contro il lavoro infantile dell'Oil ha denunciato che in Bolivia, violando ogni disposizione di legge vigente, oltre 10mila bambini e bambine lavorano nelle coltivazioni. In Malawi le fumigazioni aere di prodotti chimici per accelerare la maturazione della canna, secondo Uita (Unione internazionale dei lavoratori nei settori alimentazione e affini), ha provocato seri problemi di salute ad intere popolazioni. Neanche la vecchia Europa si salva: lo scorso 25 maggio, in Inghilterra, un tribunale ha multato la British Sugar con 600mila dollari (cifra molto simbolica rispetto ai danni) per una esplosione nella fabbrica di Cantley avvenuta due anni prima in violazione di ogni norma di sicurezza per la salute e l'ambiente. Un mondo senza zucchero sarebbe sicuramente meno amaro.



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