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TERRA TERRA
19.01.2006
  • | di MARINA ZENOBIO
    Biosicurezza all'africana
    Quando a Montreal, nel gennaio del 2000, fu adottato il Protocollo di Cartagena sulla biosicurezza, il gruppo dei paesi africani si rivelò particolarmente determinato nel riconoscere la necessità di controllare i movimenti transfrontalieri di organismi geneticamente modificati, in considerazione dei rischi per la salute umana e degli effetti negativi che potrebbero avere sulla conservazione e l'uso sostenibile della biodiversità. Ovviamente il Protocollo è un impegno comune di precauzione, che non può assolutamente influire sulla sovranità degli stati, i quali possono procedere alla formulazione di leggi nazionali di biosicurezza. Il problema è che tali legiferazioni locali, avallando politiche che facilitano l'accesso di ogm nei singoli paesi, si trasformano con estrema facilità in strumenti nelle mani delle imprese che tentano di imporre coltivazioni transgeniche su tutto il pianeta. Al punto che le popolazioni dell'America latina hanno iniziato a chiamare i decreti sulla biosicurezza approvati dai loro governi «leggi Monsanto».Per quanto riguarda l'Africa, l'implacabile pressione dell'Usaid (Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale), sta provocando la rottura di quell'impegno comune di precauzione che molti paesi del continente avevano sottoscritto a Montreal. Diversi governi africani fanno a gara per diventare un «modello», in materia di ogm, e per fare impressione sull'industria genetica spalancandosi alle coltivazioni transgeniche e agli ingenti contributi economici elargiti delle multinazionali del settore.E' certo che in questi cinque anni l'Africa è cambiata: disperata per aprire nuovi mercati e migliorare le sue relazioni pubbliche, la solidarietà tra governi africani e le buone intenzioni sono state messe un po' da parte.Il Burkina Faso era così impaziente di fare affari con la Monsanto che ha iniziato a coltivare cotone geneticamente modificato Bt ancor prima che il suo comitato nazionale di biosicurezza formulasse un decreto ministeriale ad hoc, il quale è stato emesso solo successivamente, con un preambolo che è come leggere un pamphlet della Monsanto. Anche i governi di Kenia e Tanzania - che per gli Usa rappresentano importanti obiettivi nei programmi per la «distribuzione» di ogm a livello mondiale - alla biosicurezza antepongono gli interessi economici. Sono tutti paesi che hanno sottoscritto il Protocollo di biosicurezza. Anzi, hanno addirittura fatto parte del gruppo promotore che ha innescato il processo, coordinato dal Programma dell'Onu per l'Ambiente (Unep) e del Fondo mondiale per l'ambiente (Gef). Un processo quasi fallito anche perché in Africa la maggior parte degli esperti dell'Unep e del Gef sono impegnati in una aperta apologia dell'industria dell'ingegneria genetica, dando consigli equivoci e «compensando» i governi che lasciano la porta aperta agli ogm sul proprio territorio, limitandosi a rispettare i requisiti minimi previsti dal Protocollo di Cartagena. Ci sono comunque anche in Africa paesi che resistono alle pressioni che arrivano dall'esterno e alle considerevoli offerte economiche che le accompagnano. Lo Zambia ha rifiutato gli aiuti alimentari a base di ogm. Se il Ghana è decisamente pro-ogm, il Togo è attento ai rischi socio-economici e mantiene le precauzioni del caso, mentre in Benin, pur con una moratoria di 5 anni sulle coltivazioni trasgeniche, Usaid sta introducendo cotone Bt made in Monsanto. Il modello di legge sulla biosicurezza del Mali è il contrario di quello del Burkina Faso, in materia di etichettatura dei prodotti ma anche sulla responsabilità e la partecipazione pubblica. Almeno in questo caso è saltata la cattiva consuetudine che, durante la stesura di leggi nazionali sulla biosicurezza, i governi prendano decisioni a porte chiuse; vicini alle imprese ma lontani dalle comunità rurali che sono quelle che più rischi corrono con l'introduzione di ogm.
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