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TERRA TERRA
31.01.2006
  • | di KARIMA ISD,
    Strade di gas e petrolio nella foresta
    Nuovi paesi produttori di gas e petrolio si affacciano all'orizzonte globale, affamati di valuta estera e abitati da popolazioni molto parche nei consumi energetici anche perché molto povere; come gli indigeni delle fredde Ande, in Perù. L'Amazzonia peruviana, tuttora una delle foreste pluviali più ricche di biodiversità al mondo, estesa a occidente dell'Amazzonia brasiliana e a est delle montagne andine, sta subendo un'ondata senza precedenti di prospezioni e trivellazioni. «Circa 54 milioni di acri, oltre il 25% della foresta peruviana, sono ora mappate» riferisce all'agenzia Environmental News Service Matt Finer, dell'associazione Save America's Forests di Washington. Negli scorsi anni il paese non aveva giocato un ruolo significativo nelle scoperte di combustibili fossili; ma nel 2003 il governo ha ridotto le royalties sulle prospezioni ed eccolo ridiventato interessante per le compagnie petrolifere straniere. Degli attuali 29 «blocchi» di gas e petrolio da esplorare nella foresta, il 75% è stato assegnato negli ultimi tre anni. Le concessioni sono nelle mani di nove compagnie estere fra cui le statunitensi Occidental e Hunt Oil, la spagnola Repsol e l'argentina Pluspetrol. A sud, i blocchi esplorati chiudono a sandwich il parco nazionale Manu: decretato area protetta nel 1973 proprio a tutela della grande diversità di piante e animali che popolano l'area; dichiarato poi riserva della biosfera nel 1977 e infine sito patrimonio dell'umanità dall'Unesco nel 1987. Il successo nella preservazione di una larga parte della foresta pluviale è da attribuirsi all'inaccessibilità dell'area, in cui vivono anche diversi gruppi indigeni, alcuni dei quali non hanno avuto mai contatti con estranei. Ma l'area non è più remota. Ora la fiancheggiano le nutrite riserve di petrolio e gas di Camisea. Situato nella valle Urubamba, il progetto Camisea comprende due condutture che partono verso la cosa peruviana tagliando i punti nevralgici della biodiversità amazzonica. L'estrazione del petrolio ha avuto inizio nell'agosto 2004 ed è controversa proprio perché l'area è così ricca dal punto di vista dell'ecosistema ed è popolata da gruppi indigeni. Uno dei quattro siti estrattivi si trova all'interno del territorio della comunità Machiguenga, l'altro è nella zona protetta Nahua Kugapakori, stabilita come tale a suo tempo proprio per proteggere gli autoctoni nel loro volontario isolamento. Uno dei timori maggiori è legato al fatto che, poiché i campi estrattivi sono tutti all'interno di una foresta priva di strade, le compagnie di petrolio e gas costruiranno nuove strade e vie di accesso alle piattaforme. Questi nuovi corridoi, come spesso è accaduto in foreste ex remote, porteranno alla colonizzazione dei territori indigeni e accelereranno i tassi di deforestazione. Per questo il progetto globale è considerato dagli ambientalisti uno dei più pericolosi per l'Amazzonia. Del resto pochi mesi fa l'oleodotto di Camisea si è rotto, spargendo intorno 5.000 barili di petrolio, finiti in quattro fiumi e danneggiando le comunità Machiguenga, Yines e Ashaninka. E' stata la quarta volta dall'inizio delle operazioni. Tre organizzazioni indigene della regione Camisea hanno confermato l'inquinamento idrico e 2.500 persone hanno bloccato la circolazione sul fiume Urubamba per quattro giorni, per indurre il governo e le compagnie a prendere misure appropriate e a chiudere l'oleodotto finché la sicurezza non sarà garantita. Anche gli Achuar, i nativi dell'Amazzonia peruviana nord-occidentale, lamentano un grave inquinamento idrico e dei suoli.

    Dopo questo ennesimo incidente, il consorzio texano Hunt Oil potrebbe vedersi sospesa o perdere la concessione per l'oleodotto trans-andino fino alla Costa Pacifica. Eppure la stessa compagnia inizia ora la fase due del progetto Camisea, e finora ha rifiutato di prendere in considerazione metodi di trivellazione più costosi ma in grado di ridurre gli impatti negativi su aree già colpite.



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