domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
23.02.2006
-
| di KARIMA ISD
,
Burundi, autoaiuto per la carestia
Il piccolo Burundi arriva alla ribalta internazionale - si fa per dire - solo in occasione di scontri etnici fra Tutsi e Hutu o colpi di stato; quello del 1993 contro il primo presidente democraticamente eletto e primo di etnia hutu, Melchior Ndadaye, mise la parola fine all'esperienza appena iniziata e diede inizio a oltre dieci anni di guerra civile e massacri. E' ancor più importante, dunque, riferire di un'iniziativa di solidarietà interna partita per contrastare la carestia che il governo ha dichiarato in cinque province del paese: Muyinga e Cankuzo nel nordest, Ngozi e Kirundo nel nord; Rutana nel sudest. Da mesi in effetti la siccità sta colpendo diverse aree di questo paese sovrappopolato rispetto alle capacità del territorio, in cui una popolazione quasi interamente contadina lavora piccolissimi appezzamenti familiari, fazzoletti stesi su colline disboscate (in mancanza di combustibili alternativi e nel tentativo di procurarsi superfici da coltivare) e dunque soggette a erosione. Si sono registrate centinaia di morti per fame, e nelle aree vicine al confine, migliaia di persone si sono spostate in Ruanda o Tanzania per cercare aiuto presso parenti o presso i campi profughi dell'Onu. Secondo il ministero dell'agricoltura, il 30% degli abitanti delle province siccitose ha bisogno di aiuto alimentare.
L'agenzia informazioni dell'Onu Irin news riferisce di un'iniziativa di soccorso peculiare, in parte già tentata l'anno scorso ma in forma spontanea. Il governo ha creato un Fondo di solidarietà nazionale per la sicurezza alimentare, al quale impiegati pubblici, aziende e singoli possono fornire il denaro necessario all'aiuto alimentare. Il contributo è obbligatorio da parte di tutti i burundesi, anche residenti all'estero, che hanno uno stipendio regolare e che non vivono nelle aree colpite. L'ammontare minimo della donazione è fissato: per quattro mesi, i funzionari di alto livello e i membri del parlamento e del governo dovranno versare l'8% dei propri emolumenti mensili; i funzionari o impiegati governativi che guadagnano più di 100.000 franchi burundesi (100 dollari) daranno il 2% e quelli con salari inferiori a 100 dollari solo l'equivalente di dieci centesimi di dollaro, come ogni famiglia burundese. Alle piccole imprese sono richiesti 100 dollari; a quelle medie 200 e alle grandi 500. Si accettano anche doni in natura: come ha spiegato Ernest Manirumva, membro del Comitato nazionale per il coordinamento degli aiuti, nella provincia di Muramvya ci sono magazzini in cui le famiglie possono portare derrate alimentari non deperibili.
Questa «solidarietà obbligatoria» da parte dei relativamente privilegiati (persone che se non altro hanno un reddito certo) rispetto ai loro connazionali più sfortunati richiama analoghe iniziative portate avanti in Burkina Faso al tempo della rivoluzione di Thomas Sankara (1983-87): ai dipendenti pubblici il governo aveva operato una piccola riduzione degli stipendi per investire nelle campagne - dove i contadini, lo strato più vasto e più povero della popolazione, non avevano alcuna certezza - e nella lotta contro il deserto. Allo stesso modo, anche i «cittadini» dovevano fisicamente contribuire a lavori di utilità pubblica. Inutile dire che la maggior parte dei funzionari e degli impiegati non era entusiasta di simili progetti.
In Burundi, le prime notizie sul lato dei contributi in cibo - da parte delle famiglie rurali - sono positive: conferite 40 tonnellate di mais e fagioli, il cibo quotidiano nel paese. Quanto ai soldi, è stato raccolto l'equivalente di 30.000 dollari, nelle città di Muramvya e a Bujumbura. Il paese intende chiedere 168 milioni di dollari alla comunità internazionale per il suo programma di emergenza. Ma intanto, cerca di far da sé, con il meccanismo dell'entre-aide o aiuto reciproco. Passi di riconciliazione, al tempo della carestia.
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