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TERRA TERRA
25.02.2006
  • | di MARINA ZENOBIO ,
    Mini e maxi armati di idrocarburi
    I piccoli paesi produttori di gas e petrolio ormai non sono soli e, come la Russia insegna, iniziano ad applicare alle multinazionali le leggi del libero mercato. Non è questo che i sostenitori del neoliberismo vogliono e non è in nome di questo che sono in corso guerre senza fine? A gennaio, in piena stagione invernale, Mosca ha fatto seguire alle minacce i fatti tagliando all'Ucraina i rifornimenti di gas perché il suo governo non voleva accettare l'aumento di prezzi avvicinandoli a quelli, molto più alti, di mercato. In realtà il vecchio orso russo non ha mai digerito la rivoluzione arancione, appoggiata dagli Usa, e ha pensato di combatterla con un cambio di strategia di cui, con ogni probabilità, Yushenko è solo il primo bersaglio. La chiusura del rubinetto del gas all'Ucraina ha però coinvolto anche i paesi europei che da quel gas dipendono per oltre un quarto del proprio fabbisogno. Preoccupati per la paralisi delle proprie industrie, George Bush e i suoi alleati del vecchio mondo, non hanno avuto altra scelta che fare pressioni sul governo ucraino perché accettasse le condizioni di Putin. E così è stato, anche se Washington si è lamentata che la Russia usa il gas come pressione politica. Ma non è quello che gli americani, manu militari, continuano a fare in tutto il mondo? Gli Usa hanno iniziato questo «gioco» in Afghanistan. Dopo averlo distrutto, la prima opera di «ricostruzione» è quella di un nuovo corridoio per il gas che attraverserà il deserto e le montagne del paese conquistato, entrerà in Pakistan e dopo aver percorso oltre 1200 km, arriverà al porto di Karachi. L'incarico multimilionario affidato alla Halliburton, società di cui il corruttibile Dick Cheney, prima di diventare vice presidente Usa, è stato chief executive officer. Essendo però il gasdotto, se realizzato, facilmente sabotabile, dovrà essere presidiato da forze armate per l'intero suo percorso, lungo il quale vivono numerose comunità integraliste islamiche militarmente attive, per le quali non valgono le minacce di bombardamenti. Iraq docet: Saddam sarà stato pure sconfitto ma il popolo iracheno ha trasformato il paese in un nuovo Vietnam e per Bush il petrolio non è più così redditizio.

    Anche in America latina le prospettive per le multinazionali degli idrocarburi non sono rosee. Bolivia e Venezuela hanno dimostrato una grande capacità di mobilitazione sociale di fronte ai tentativi di far fuori Chavez o di impedire il trionfo democratico di Evo Morales, e la minaccia di far venire meno gli investimenti in quei paesi non inganna più. Le aziende cominciano ad ammettere la realtà inviando ammiccamenti in direzione di quei paesi nella speranza di aggirare gli ostacoli, tipo quelli con cui la Repsol-Ypf sta già facendo i conti in Bolivia. La società petrolifera spagnola infatti è indagata per aver falsato il valore delle sue azioni alla borsa di New York , con forti ripercussioni sul mondo finanziario, dichiarando come proprie riserve di gas e petrolio che la Bolivia non le mai aveva concesso. A Madrid, Londra, e su altre borse, le azioni salite in pochi giorni sono cadute strepitosamente e, davanti a prove inconfutabili presentate da neoministro boliviano per gli idrocarburi Soliz Rada, la Repsol-Ypf ha dovuto riconoscere «un errore di calcolo» e sta cercando un accordo per evitare sanzioni legali e l'espulsione dal paese.

    Il presidente argentino Kirchner lo scorso marzo, con l'appoggio delle forze sociali del paese e dei piqueteros, ha invitato a boicottare la Shell che aveva aumentato il prezzo dei suoi prodotti. Speriamo siano arrivati tempi duri per l'«orda nera» delle multinazionali degli idrocarburi.

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