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TERRA TERRA
24.02.2006
  • | di FULVIO GIOANETTO,
    Messico: fiumi conciati per le feste
    I due fiumi si chiamano Rio Muerto e Rio Turbio: «fiume morto» e «fiume torbido» rispettivamente. Sono fra i più inquinati del territorio semi-desertico dello stato di Queretaro (al centro del Messico) e fra i più avvelenati di tutto il bacino idrografico Lerma-Santiago. Secondo l'informazione fornita alla stampa nazionale dall'Associazione ecologista di Leon (la prospera e industriale capitale dello stato) e avvalorata da studi tossicologici della locale università statale, la totalità degli affluenti e dei fiumi intorno alla città sono rovinati dall'industria della pelle e della calzatura, che vi sversa le acque reflue, «arricchite» di veleni svariati. In alcuni affluenti l'acqua è addirittura zeppa di sangue e di resti di pelli di animali, mescolati ai solventi, coloranti, sali ammonici, fissatori chimici tipicamente usati nelle industrie conciarie; in altri affluenti sono stati trovati metalli pesanti, come piombo e arsenico. Nello stato di Queretaro l'evidenza di questa contaminazione è da sempre argomento tabù perché le industrie conciaria e calzaturiera sono i simboli del «miracolo economico» della piccola e media industria della città. Nulla succede anche grazie a una serie di rimpalli di responsabilità fra una dozzina di autorità municipali, regionali, statali e nazionali. Gli ambientalisti puntano il dito prima di tutto sulla principale autorità incaricata della gestione delle acque nazionali, la Comision Nacional del Agua; che si nasconde dietro l'evidenza. Le piccole e medie industrie conciarie e calzaturiere, peraltro, non sono solo altamente contaminanti ma anche caratterizzate dall'assoluta assenza di garanzie per i lavoratori. Vero è che esse subiscono la concorrenza schiacciante delle industrie asiatiche - con una massiccia importazione di scarpe e borse - che sta portando il settore a una rapida decrescita; e usano questo dato di fatto come giustificazione per le proprie negligenze socioambientali: dicono di non avere soldi da destinare all'adozione di filtri e sistemi di riciclaggio dei residui della conciatura chimica. Detto per inciso, le concerie asiatiche, grandi esportatrici soprattutto di pelli grezze, non hanno caratteristiche socioambientali migliori.

    L'acqua nell'area in questione è un bene non prezioso, preziosissimo, e non sono solo le concerie a minacciarlo. La gestione delle risorse idriche dello stato di Guanajuato e di quello vicino di Queretaro, entrambi semi-desertici, è da anni un problema irrisolto di fronte al quale nessuno vuole prendere provvedimenti. La creazione di varie captazioni e dighe che accumulano acqua soprattutto durante l'epoca delle piogge non ha risolto il problema di un territorio desertico nel quale la maggior parte delle attività economiche sono concentrate nelle città di pianura, che chiedono molta acqua per uso umano, agricolo e industriale. Un esempio è l'enorme captazione Centenario nel Tesquisquiapan: quando fu costruita si «ebbe cura» di sviluppare attività di pesca per la popolazione locale, così da indennizzarla per l'esproprio della terra, sommersa dalla captazione stessa. Non è andata molto bene: nell'area settimane fa sono morti migliaia di pesci, avvelenati dagli scarichi industriali della città di San Juan del Rio.

    Fortunatamente le comunità alzano la voce. E' recente la lotta delle comunità del municipio Pinal de Amoles, nella Sierra Gorda; appoggiate da studiosi ed esperti dell'università autonoma di Queretaro, si oppongono alla distruzione dell'unica risorsa idrica del loro territorio, il rio Extoraz nel quale si progetta costruire una diga per fornire acqua alla capitale dello stato. Joaquin Guerrero, rappresentante della comunità di Ajunta de Gatos, una delle quattro comunità organizzate, dichiara: «A nessuno interessa come e di cosa viviamo, noi novecento contadini. Ma difenderemo i nostri diritti con tutti i mezzi; fuori da queste aree non c'è lavoro e l'acqua del fiume è l'unica fonte di vita che abbiamo a disposizione».



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