domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
01.03.2006
-
| di KARIMA ISD,
L'agribusiness spiegato dai Semterra
Il sito Znet (www.zmag.org) ospita le lettere di «in-formazione» della segreteria nazionale del Movimento brasiliano Sem Terra o Mst, che offrono lezioni di politica agraria. In una delle ultime, l'argomento è l'agribusiness: un'espressione che in Brasile è utilizzata da stampa, docenti e produttori per definire le moderne e vaste piantagioni monoculturali, ricche in tecnologia, meccanizzazione e uso di fitofarmaci e ogm, povere invece di lavoro manuale. Nella maggior pare dei casi la produzione è per l'export: canna da zucchero, caffé, cotone, soia, arance, cacao e soprattutto bovini. Niente di nuovo rispetto al periodo coloniale; l'unico cambiamento, a parte le tecniche moderne, è il passaggio dal lavoro schiavistico al lavoro salariato, il cui basso costo è tuttora il vero vantaggio comparato dell'agribusiness brasiliano. Insieme, sottolinea il Mst, alla mancanza di controllo da parte del governo rispetto alle aggressioni all'ambiente perpetrate da tali modelli agricoli. Negli ultimi anni i media hanno fatto una propaganda sistematica in favore del modello dell'agribusiness: considerandolo l'agricoltura moderna che produce cibo, crea lavoro, fa crescere l'economia. Ma il Mst controbatte: intanto l'agricoltura e l'allevamento rappresentano solo il 12% di tutto il Pil (prodotto interno lordo) brasiliano; se sommate alla trasformazione agroindustriale si arriva al 37%, ma l'importanza di questo complesso non dipende dalle superfici coltivate bensì dall'estensione del mercato dei consumatori. Insomma l'agroindustria cresce se i consumatori urbani hanno denaro per comprare cibo (grazie a una migliore distribuzione del reddito e a un aumento dei salari minimi). Né è vero che è l'agribusiness a creare lavoro nelle campagne, anzi - a differenza delle piccole proprietà - ne espelle molti.
Perché il modello incontra il favore della stampa brasiliana? Perché la borghesia delle piantagioni e dell'allevamento si è alleata - o piuttosto subordinata - alle multinazionali le quali da un lato controllano l'agricoltura fornendole gli input e gli sbocchi di mercato, dall'altro hanno legami forti con lo stesso mondo dei media. Sono dieci le multinazionali che controllano le principali attività agricole del paese: Bunge, Cargill, Monsanto, Nestlé, Danone, Basf, Adm, Bayer, Syngenta and Novartis.
E va bene, anzi male. Ma in Brasile non c'è un governo progressista? Per il Mst, la compagine votata da chi voleva il cambiamento è «ambigua, fondata su alleanze di classe e partiti che sono ostaggio del capitale finanziario internazionale. Anche il ministro dell'agricoltura Roberto Rodrigues si identifica con il modello dell'agribusiness: possiede grandi piantagioni di soia, canna da zucchero e arance a Ribeirão Preto e nel sud di Maranhão». Così, certo il governo ha creato meccanismi di credito rurale e assicurazione agricola favorevoli ai piccoli; ma la struttura della proprietà fondiaria non è cambiata. Non sono stati ridotti i fondi pubblici allocati alle piantagioni per l'export e perfino a multinazionali alimentari e della cellulosa (15 di queste hanno ricevuto lo stesso ammontare destinato a 4 milioni di famiglie di agricoltori). E' poi notizia recente che i latifondisti del Nordest vogliono una copertura pubblica di 7 miliardi di dollari per i loro debiti. La Camera dei deputati e il Senato hanno detto sì, ma il Mst spera che Lula porrà il veto.
Di fronte a questo, il Mst chiede attenzione e priorità per l'agricoltura contadina, piccole aziende familiari che producono la maggior parte del cibo necessario al fabbisogno locale e interno, e creano molto lavoro. Insomma, la sovranità alimentare, la distribuzione del reddito, la tutela del territorio; contrapposti alle banche, ai capitali finanziari, alle multinazionali agroalimentari e all'espansione della frontiera agricola in Amazzonia. «Ci sono due progetti agricoli diversi per il paese. Ecco perché i rappresentanti dell'agribusiness attaccano tanto la riforma agraria».
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