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TERRA TERRA
07.03.2006
  • | di KARIMA ISD,
    Migratori, o capri espiatori?
    Siamo così sicuri che gli uccelli selvatici e migratori spargano, untori pennuti, il virus H5N1 nel mondo? Nient'affatto, sostengono gli esperti e gli attivisti delle organizzazioni protezioniste, i quali temono esecuzioni di massa della fauna aviaria selvatica, già decimata dall'inquinamento, dalla distruzione o degrado degli habitat, da una caccia forsennata. Sul pianeta uccelli è a rischio una specie su otto: 1,213 sulle 9.917 esistenti; ne ha riferito qualche settimana fa un articolo dell'Earth Policy, l'istituto di Washington diretto da Lester Brown. Come denuncia una recentissima dichiarazione di Birdlife International, in alcuni paesi i politici hanno chiesto ai cacciatori di far fuori i migratori in arrivo; alcuni governi hanno rispolverato progetti di prosciugamento delle terre umide per impedire la nidificazione; altrove sono stati distrutti i nidi delle rondini costruiti in prossimità di case. Misure inutili contro l'influenza aviaria e gravissime per la fauna libera e la biodiversità (non per niente il tema dell'influenza aviaria e del suo rapporto con gli uccelli selvatici sarà discusso all'ottavo incontro delle parti della Convenzione Onu sulla biodiversità, fra pochi giorni a Curitiba in Brasile).

    Il New Scientist ospita, in un botta e risposta, un intervento di Alex Kaat del Wetlands International, il quale denuncia l'intenzione di distrarre l'attenzione dal «ruolo di attività collegate agli allevamenti intensivi e al trasporto di animali e loro prodotti»: «L'elevata densità di polli, tacchini e via dicendo e la costante esposizione a feci, saliva e altre secrezioni forniscono le condizioni ideali per la riproduzione, la mutazione, la ricombinazione e la selezione dei virus che così evolvono verso le forme più letali». Da notare anche il fatto che i focolai sono localizzati non tanto lungo le rotte migratorie, lassù in cielo, quanto lungo le vie di comunicazione, quaggiù in terra: insomma, il trasporto di animali allevati e non le migrazioni di quelli selvatici sarebbero la causa principale della pandemia.

    Anche per Birdlife International - la quale non nega che i migratori possano portare con sé il virus su lunghe distanze - la «teoria uccelli selvatici» per spiegare la diffusione dell'H5N1 presenta diverse incongruenze: dovrebbero esserci scie di animali morti lungo le vie migratorie, il che non è. Inoltre, dei tantissimi test effettuati su uccelli migratori, in tanti paesi non c'è nemmeno un caso positivo, pur sulle rotte migratorie. Non solo: le modalità e i tempi della diffusione del virus differiscono fra uccelli selvatici e domestici.

    In India, un recente focolaio presso pollai da cortile è probabilmente dovuto all'arrivo di pulcini infetti da un vivaio commerciale. Quanto ai focolai africani, il primo, in Nigeria, è molto probabilmente imputabile all'importazione di pollame da Cina o Turchia. Il secondo, in Egitto, ha avuto origine ed è rimasto confinato negli allevamenti chiusi. Il primo caso di H5N1 in un allevamento europeo (di tacchini al chiuso) si è verificato a Ain, in Francia; là non si sa come il virus sia entrato.

    Ma in generale Birdlife suggerisce di guardare oltre i selvatici; il cui commercio va comunque assolutamente bloccato. E cita un rapporto della statunitense National Academy of Sciences del 21 febbraio scorso, il quale conferma che le molteplici reintroduzioni dell'H5N1 nel Sud Est asiatico sono dovute allo spostamento di animali vivi. Ma è rischiosa anche la «pollina», il fertilizzante prodotto dagli escrementi dei volatili domestici e poi sparso sui campi - ad esempio nell'autunno 2006 della pollina cinese è stata usata sui campi in Serbia - e perfino negli stagni dell'acuacoltura. Anche la Fao raccomanda di non usare la pollina nelle aree a rischio, e di fare attenzione perfino al fango sugli stivali o sulle gomme. Problematico anche lo spostamento degli scarti della macellazione, usati per fare mangimi per pesci e maiali.

    Già: ma dove mettere questa grande quantità di «sottoprodotti obbligati» dell'allevamento? In fondo, la pollina sta alla pollicoltura come le scorie stanno all'energia nucleare.



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