domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
08.03.2006
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| di MARINELLA CORREGGIA
Filiera corta, anzi, cortissima
La Cina coltiva in modo biologico il 4,4% del riso, il 6,6% della frutta, il 16,3% del tè e via dicendo; è al secondo posto al mondo per superficie agricola coltivata a biologico, dopo l'Australia. Ne riferisce il bollettino (italiano: dell'Associazione per l'agricoltura biologica) bio@gricultura notizie. Tre le principali categorie di consumatori interni: 20-40enni di educazione e reddito medio alti; gruppi specifici come donne incinte, neonati e bambini; acquirenti istituzionali. Il valore della produzione bio made in China è attualmente pari a circa 700 milioni di dollari e nel 2004 il valore delle esportazioni è stato pari a 350 milioni: la metà del totale prodotto, e si stima una crescita dell'export al ritmo del 10% annuo. Del resto a conoscere un boom è tutto il bio-global: il commercio internazionale di alimenti certificati bio, che però solcano i cieli e gli oceani diventando ecopesanti e sancendo una distanza enorme - anche dal punto di vista geografico - fra produttori e consumatori, sconosciuti fra loro e spesso vittime dell'agribusiness. Tutto il contrario è il progetto «filiera corta», che si sta diffondendo anche in Italia ed è da tempo presente negli Stati uniti, in Brasile, in Francia ecc. L'aggettivo ha una doppia valenza: riduzione ai minimi termini del sistema distributivo (mercati diretti dal produttore al consumatore, mentre il canale lungo o ultralungo prevede molti più passaggi perfino per i prodotti non trasformati come frutta e ortaggi freschi); riduzione ai minimi termini della distanza fra il campo e la bocca (è l'idea della «frutta e verdura a chilometri zero»). Un'alternativa preziosa dal punto di vista ecologico e sociale, soprattutto quando riesce a collegare piccoli coltivatori di alimenti di qualità e consumatori non abbienti, avvantaggiando entrambi sia dal punto di vista economico che da quello della qualità, minimizzando le «carovane di Tir» su e giù per l'Italia e conservando all'agricoltura anche territori prossimi a grandi città che altrimenti sarebbero soggetti alla speculazione. In tutta Italia i gruppi d'acquisto solidale (Gas) nascono e crescono come funghi, autorganizzandosi. Ma una situazione pilota per accorciare la filiera è rappresentata dall'area di Roma. Tre milioni di cittadini e, tutto intorno, migliaia di coltivatori su una superficie agricola di 50.000 ettari, che rappresentano tuttora quasi la metà del territorio comunale totale. Due mondi che si sfiorano ma che negli ultimi decenni la globalizzazione e i supermercati hanno allontananato. Contribuisce a rimetterli in contatto lo «Sportello Filieracorta » (sottotitolo: «Acquistare direttamente dal produttore agricolo ti conviene»), nato il 7 novembre 2004 e illustrato ieri nella capitale nel corso di un convegno organizzato dall'Associazione Cultura ambiente e dalla Provincia di Roma. Con un numero verde (800 032667) e un ufficio aperto al pubblico alcuni giorni della settimana, lo Sportello è gestito dall'Aiab e sostenuto dalle istituzioni: il Comune e la Provincia di Roma. Il ruolo delle istituzioni ha fatto la differenza, dando più visibilità e un avallo ufficiale alla filiera corta, facendola uscire dalla nicchia: vi partecipano anche comitati di quartiere di zone popolari che con l'acquisto diretto di cassettoni e casse ottengono prodotti bio e buoni quasi al prezzo del discount. E intanto diversi coltivatori della provincia hanno deciso di associarsi per offrire «cassettoni» completi, nel rispetto della stagionalità locale, il che rende la spesa più «pensata». Stanno facendo scuola altrove. Altro esempio da copiare: il Comune di Roma ha riservato il 15% degli spazi nei mercati rionali ai coltivatori diretti. Riuscirà la filiera corta, locale, stagionale a erodere un trend che vede, secondo i recentissimi dati dell'Istituto Ismea, aumentare le percentuali di spesa ortofrutticola nei supermercati e nei discount, diminuire gli acquisti globali di frutta e verdura ma aumentare quelli della «quarta gamma» (ortaggi e frutta imballati, lavati, pronti) e della «quinta gamma» (i precotti)?
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