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TERRA TERRA
31.03.2006
  • | di MARINA ZENOBIO
    Biocombustibili dal sud del mondo?
    Si parla con sempre più insistenza dell'utilizzo di biocombustibili come alternativa ecologicamente sostenibile a benzina e diesel, principali responsabili delle emissioni di anidride carbonica con conseguente surriscaldamento del nostro pianeta. Una alternativa che, secondo alcuni businessmen del settore, risolverebbe persino il problema di come utilizzare i milioni di ettari di soia transgenica coltivati nei paesi del Sud del mondo. Ma proprio vista da Sud questa prospettiva non sembra essere del tutto compatibile con la voglia europea di aria pulita. I paesi che hanno ratificato il Protocollo di Kyoto - in particolare quelli membri dell'Ue - si sono impegnati a rimpiazzare una parte dell'utilizzo di benzina e diesel con idrocarburi di origine vegetale: per il 2020 l'8% dei combustibili dovrebbero essere «bio». Annusando la possibilità di enormi profitti molte aziende si stanno specializzando nel settore dei biocombustibili la cui produzione, nel caso di biodiesel e etanolo, interessa in modo particolare il settore agricolo, dato che il primo si ottiene dalla «spremitura» di semi oleaginosi come colza, soia o jatropha; mentre il secondo mediante un processo di fermentazione da biomasse, ovvero da prodotti ricchi di carboidrati e zuccheri come cereali, canna e bietola da zucchero. Ma l'Europa, quanto terreno sarà disposta a destinare a questo tipo di coltivazioni intensive? Con ogni probabilità ancora una volta saranno i paesi del Terzo mondo, con le loro terre fertili e una manodopera a basso costo, a fare la parte dell'agnello in questo nuovo scenario mondiale. La company inglese D1 Oils già controlla 267mila ettari di piantagioni di jatropha, dal Ghana alle Filippine, passando per India, Madagascar e Sudafrica, ma i suoi piani di espansione prevedono di arrivare a 9 milioni di ettari di terra coltivata con questa preziosa pianta parente del ricino. Come previsto dal British crop protection council, l'uso di coltivazioni transgeniche per l'industria di biocombustibili sarà inevitabile. Attualmente il principale rifornitore di bioetanolo nel Regno unito è il Brasile e il presidente Lula ha già dichiarato che la soia transgenica coltivata nel paese sarà usata per la produzione di biodiesel. Anche l'Argentina avanza piani per trasformare la sua soia ogm in combustibili eco-compatibili destinati all'Europa. Il «pacchetto» viene presentato in modo conveniente per tutti: le emissioni europee di Co2 diminuirebbero mentre aumenterebbero i posti di lavoro nei paesi del Sud del mondo con conseguente miglioramento della vita delle popolazioni rurali. Arduo crederci. Le industrie hanno piani di espansione alla grande, molte aree agricole ora coltivate per l'alimentazione verranno sostituite con coltivazioni destinate alla produzione di «combustibile pulito» per i paesi europei. Anche le aree boschive, già ipersfruttate dall'industria del legno, non verranno risparmiate: sta accadendo in Argentina, dove le piantagioni di soia si stanno facendo largo tra i boschi del Chaco, e in Brasile dove la foresta amazzonica si riduce ogni giorno di più. Naturalmente poi per le industrie è più vantaggioso costruire gli impianti di trasformazione dei biocombustibili vicino alle zone agricole, dove si trova la materia prima, e le forme di trasporto saranno simili a quelle che si utilizzano per l'industria petrolifera. Comunque vada saranno le imprese petrolifere, adattando le loro infrastrutture, a fare la parte del leone nel nuovo business dei biocombustibili. Inutile illudersi: per trovare soluzioni al modello energetico attuale non basterà cercare di sostituire una fonte energetica con un'altra, e bisognerà ripensare anche al nostro modo di consumare energia.
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