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TERRA TERRA
05.04.2006
  • | di FULVIO GIOANETTO
    I cigni neri muoiono a Valdivia
    L'estremo australe del Cile è conosciuto per i suoi attrattivi paesaggi naturalistici. Il «santuario naturale Carlos Anwandter», nel territorio di San José de la Mariquina, municipio di Valdivia, è un vero paradiso ornitologico: tanto che il governo del Cile l'aveva segnalata come «zona umida di importanza internazionale» quando nel 1981 ha aderito alla Convenzione di Ramsar per la protezione delle «zone umide». In questa esclusiva e particolare laguna, alimentata e irrigata dal fiume Cruces, fra le tante specie di uccelli vive e nidifica una specie unica di cigno dal collo nero. Solo che negli anni passati la popolazione di cigni che viveva e si riproduceva nella riserva era in media di 6.000 individui. Nell'ultimo inventario, alcuni mesi fa, ne sono stati contati appena 522. Il censimento ha confermato così quello che era già constatazione comune: i cigni stanno scomparendo. E' allora che si è formata un'associazione cittadina, Accion por los cisnes, una coalizione locale composta da cittadini sensibili all'ambiente, studenti e accademici, professionisti e alcuni agricoltori della zona, mobilitati per proteggere questa zona umida australe.
    La causa del declino dei cigni - e di un po' tutta la vita di pesci e uccelli sul fiume Cruces, non è un mistero: nell'ultimo anno e mezzo è entrata in funzione una fabbrica di cellulosa, la Celulosa Arauco della società Celco, aperta nel 2004 nel municipio di Valdivia, appena a monte del Santuario naturale. Era un vecchio progetto: la costruzione della fabbrica era approvata fin dal 1998 dalla Commissione Regionale dell'Ambiente cileno (Corema), per produrre cellulosa tipo kraft a partire dal legno di eucalipto e pino, e con un investimento di 1.200 milioni di dollari (uno degli investimenti più massicci in queste zone). La costruzione è durata così a lungo perché fin dal principio il progetto aveva suscitato opposizioni: gruppi ambientalisti e di cittadini hanno protestato che gli scarichi della produzione di cellulosa sono estremamente tossici e avrebbero impestato il fiume Cruces. Non che l'alternativa fosse migliore: scaricare i reflui, attraverso tubature, sulla costa un po' più a nord, nelle vicinanze del paesetto di Mehuin. E infatti negli ultimi mesi anche i pescatori di Mehuin si sono mobilitati per chiedere la chiusura della fabbrica, e hanno creato una coalizione con la comunità di Queule, affacciata nella medesima baia di Maiquillahue, e con altre nove comunità di pescatori e di gruppi indigeni mapuches-huilliches che abitano nella zona costiera che va da Corral a Tolten, ovvero un lungo tratto di costa a nord dell'estuario del Cruces. Si tratta di 35.000 lavoratori che vivono della pesca artigianale e che non vogliono assolutamente che la fabbrica di cellulosa scarichi i propri residui industriali liquidi nel mare. In gioco sono non solo le loro attività lavorative, ma anche le risorse marine della zona.
    Di fronte a queste iniziative sono nate altre due associazioni, che raggruppano almeno 5.000 persone fra lavoratori, tecnici della fabbrica di cellulosa e loro familiari, che non vogliono perdere il lavoro se la Celco sarà costretta, come sembra ormai chiaro agli occhi delle autorità regionali, a chiudere i battenti o a cambiare modello produttivo. La battaglia contro l'inquinamento ha aperto così una riflessione pubblica sul futuro delle risorse naturali della regione, in cui si fronteggiano modelli di gestione territoriale ben diversi. Non necessariamente incompatibili, dicono i portavoce dei lavoratori della fabbrica di cellulosa: «Non vogliamo perdere la nostra fonte di lavoro, ma neanche vogliamo che i cigni spariscano e migrino altrove. Dobbiamo chiedere alla Celco che installi dei filtri anticontaminanti nelle sue ciminiere, e soprattutto che adotti un ciclo di produzione della cellulosa più pulito», chlorine-free. Costa di più, ma è possibile.
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