mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
25.05.2006
-
| di Marina Zenobio
India: banani sempre meno biodiversi
La banana è uno dei frutti più esportati al mondo, in termini di produzione globale è la quarta derrata dopo riso, grano e mais. Sembra che il frutto fu molto gradito da Alessandro Magno che, nel 327 a. c. di ritorno dall'invasione in India, portò i primi esemplari di banano da trapiantare in occidente. I mercanti arabi poi le esportarono in Africa mentre i portoghesi le introdussero in America latina e nella regione caraibica.
Noi consumiamo banane soprattutto come frutto o per la produzione di gelati e dolci, ma nei paesi in via di sviluppo rappresenta l'alimento principale per oltre 400 milioni di persone che le consumano anche fritte, lessate o al forno. L'anno scorso la produzione mondiale complessiva di banane è stata di 72,6 milioni di tonnellate, di cui il 20% coltivate in India. Ed è proprio dal pese asiatico - che con una produzione annua pari a 16,8 tonnellate è considerato il primo esportatore di banane - che arriva l'allarme per la progressiva scomparsa di alcune varietà selvatiche di questo importante alimento. Secondo la Fao, i responsabili di tali perdite sono lo sfruttamento eccessivo, l'urbanizzazione incontrollata, pratiche agricole non sostenibili e il disboscamento illegale che sta distruggendo intere foreste di banani, comprese varietà selvatiche millenarie. Tra le specie a rischio c'è anche un'antenata della Cavendish che, con una produzione totale di circa 20 milioni di tonnellate l'anno, è la banana che domina quasi per intero il mercato mondiale. La varietà Cavendish fu introdotta negli anni '50, perché risultò più resistente al fungo Fusarium che distrusse intere piantagioni di banane Gros Michel, la varietà che all'epoca dominava su un mercato internazionale certamente più ridotto di quello attuale. Ora sembra che la Cavendish abbia perso questa particolare resistenza al fungo Fusarium, tra i suoi nemici più pericolosi. Già un paio d'anni, la rivista New Scientist aveva richiamato l'attenzione sul pericolo estinsione, entro un decennio, di questa varietà e il timore che l'infestazione si espandesse raggiungendo anche le piantagioni latinoamericane e caraibiche.
Se la varietà di banano Cavendish scomparirà, sarà un danno per l'economia indiana, ma in termini di biodiversità la perdita sarà globale perché si tratta di una sottrazione di risorse naturali che va di pari passo con la riduzione delle possibilità di avere varietà sostitutive. Anche NeBambi Lutaladio, esperto agronomo della Fao afferma che è «Enorme il contributo dato dal subcontinente indiano in termini di base genetica mondiale di banani. Ma con la distruzione dell'ecosistema, molte preziose fonti genetiche sono ormai andate perdute». Ed è ancora più grave per alcuni prodotti, come le banane, che hanno un patrimonio genetico limitato e sono molto vulnerabili a parassiti e malattie.
Si tratta di patologie che agiscono sulla capacità di produzione del frutto; ma questa volta sembra che ben poco possano fare il controllo biologico sulle infestazioni o gli incroci per produrre ibridi resistenti. Nel primo caso, pesticidi sempre più potenti avrebbero un effetto devastante in termini ambientali; nel secondo caso invece, le conoscenze, almeno fin qui acquisite dagli esperti di manipolazione genetica, sarebbero sufficienti ad intervenire solo su uno, massimo due geni del banano. Troppo poco; per un qualsiasi agente patogeno, anche meno aggressivo del Sigatoka, basterà pochissimo tempo per superare un blocco genetico tanto semplice e per infestare le piantagioni.
Di fronte alla perdita della biodiversità non c'è altra via d'uscita che tracciare la mappa almeno delle specie rimaste, è la raccomandazione della Fao. Bisogna tornare alla ricerca, in modo sistematico, dei rimanenti habitat di banani selvatici presenti in alcune delle regioni più remote dell'India e nelle giungle del sud-est asiatico, per valutare il danno e catalogare il numero e i tipi di specie selvatiche ancora esistenti.
In realtà, quello che rischia di accadere è già stato previsto da tempo ed è conseguente ad uno sviluppo agricolo fondato sulla monocoltura, senza avere almeno prima provveduto alla raccolta delle distinte varietà genetiche del frutto da conservare in banche del germoplasma. Istituzioni che però dovrebbero essere pubbliche, dato che le poche varietà raccolte sono gelosamente custodite e controllate da multinazionali dei settori agricolo e biotech. Vale per le banane come per qualsiasi altra risorsa che madre natura si era premurata di lasciarci.
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