mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
03.06.2006
-
| di Marinella Correggia
Il cappellino di Karzai
Le tradizioni negative sembrano quelle in grado di adattarsi meglio alle «modernità» della globalizzazione, grazie alle quali trovano anzi nuova linfa. Si prenda il karakul afgano, la pelliccia di cui è fatto il cappellino a busta che il presidente paracadutato a Kabul dagli Usa, Hamid Garzai, indossa quasi perennemente (anche quando a Kabul fa un caldo feroce i notabili passano in locali mobili e immobili abbondantemente condizionati e possono rimanere eleganti senza rinunciare al confort).
La pelliccia ricciolina e setosa si ricava da un infanticidio: gli agnellini della pecora karakul devono essere uccisi nel loro primo giorno di vita, «e facendo attenzione che la madre non dia loro nemmeno una leccata, e che la brezza non li accarezzi, o il pelo sarà meno soffice e perderà valore» precisa con noncuranza al corrispondente di Environmental News Service il pastore Khaliq della provincia di Jowzjan, che ha un gregge di 200 animali nell'area arida conosciuta come Dasht-e-Laili e vende le pellicce nel bazar di Mazar-e-Sharif. Ai mercati locali le pelli sono vendute senza trattamenti, mentre quelle destinate all'export sono sottoposte a un lungo processo. Sono immerse in acqua salata per almeno due settimane, poi asciugate al sole.
Sono parecchi i pastori che nel Nord Afghanistan (Sar-e-Pul, Jowzjan, Kunduz and Takhar) si dedicano a questa attività; anche grazie al presidente-testimonial, c'è un piccolo boom del settore, tradizionale in Afghanistan ma in semiabbandono da decenni.
Prima dell'occupazione sovietica nel 1979, c'erano estesi allevamenti gestiti dal Ministero dell'Agricoltura e l'export ammontava a tre milioni di pelli all'anno, secondo Zikrullah Aryan, capo del Dipartimento per l'esportazione del karakul al Ministero del Commercio. Durante la guerra il business scese a 200.000 pelli l'anno. E si fermò del tutto durante i taleban: i quali per «ragioni morali» bandirono la iugulazione delle pecore neonate. Dopo le bombe che hanno allontanato dal potere i turbanti neri, i burqa, l'oscurantismo, i signori della guerra sono rimasti. Sparito invece il divieto di uccidere i karakul. Nel 2005 il paese è tornato a esportare 536.000 spoglie di agnello, con un aumento del 42% rispetto all'anno prima. Previsioni: nel 2006 ben 800.000 pellicce lasceranno il paese che è il maggior fornitore di questo genere, con una reputazione di ottima qualità e con colori (come un bruno rossastro o il dorato) raramente riscontrabili altrove. Si stanno dunque riattivando gli allevamenti.
Una pelle è venduta in Europa a 45 dollari e frutta all'allevatore circa 20 - 30 dollari; è pochissimo rispetto al prezzo finale di un «capo» (copricapo, mantello, stola) e quindi ai guadagni di fabbricanti e stilisti, però è molto se confrontato con il reddito annuale di un contadino afgano che difficilmente supera i 200 dollari.
Ovvio che non si faccia troppi problemi: sia per le condizioni economiche disastrose sia perché, come ha detto Maulawi Abdullah, un leader religioso presumibilmente antitalebano di Mazar ha detto: «Le pecore sono state create da Dio per gli esseri umani. I quali possono ammazzarle quando meglio credono». Gli occidentali hanno poco da scandalizzarsi, visto che malgrado le proteste degli attivisti, l'agnellino non va certo a vestire le donne afgane sopra il burqa, ma è destinato a madame soprattutto europee: da 25 anni l'Europa non comprava così tanto. Finché le azioni sul lato della domanda non faranno effetto, l'offerta continuerà (E' lo stesso per gli agnellini a Pasqua e i capretti a Natale).
Peraltro non è una bella vita fare il pastore di karakul nei semideserti afgani: «allevare questa pecora è difficile e richiede molto tempo; le pellicce ci danno reddito, ma da quando sono piccolo passo più tempo con le pecore che con la famiglia». Inoltre si tratta di animali delicati; molte pecore muoiono di malattie o stenti prima di riuscire a partorire la preziosa pelliccia. Gli allevatori lamentano spesso la mancanza di assistenza da parte del ministero dell'Agricoltura, il quale invece rintuzza: abbiamo a disposizione i farmaci per le cure e anche veterinari; ma i produttori vengono dopo le ore di ufficio. E poi si lamentano senza provare a ritornare. Sarebbe scontato richiamare a questo punto i lamenti degli agnelli e delle loro madri. Ma è certo un peccato che l'esecuzione alla nascita di un agnello sia una delle poche attività in crescita esponenziale nel paese.
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