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TERRA TERRA
07.06.2006
  • | di Marinella Correggia
    La coca, ricchezza del popolo boliviano
    Sul biglietto da visita di Santos Ramirez Valverde, serissimo presidente del Senato boliviano, una foglia di coca campeggia fra altri simboli nazionali. Del resto solo chi usa la «lotta al narcotraffico» come pretesto per militarizzare l'America Latina può fingere di ignorare che una lunga serie di operazioni e interessi separa quell'erba autoctona prodotta dai contadini sulle Ande dalla cocaina dei ricchi consumatori occidentali, in testa a tutti gli statunitensi.
    Per la cocalera Leonida Zurita «Difendere la terra, nella mia regione del Chaparé, è difendere la coca; e difendere la coca è difendere la terra con le sue risorse naturali, fra le quali l'acqua». Chi tenta di replicare che comunque la destinazione principale (anche se non naturale) delle foglie di coca è il devastante stupefacente, dovrebbe leggere il recente quaderno del Transnational Institute di Amsterdam dal titolo ¿Coca sí, cocaína no? Opciones legales para la hoja de coca («Coca sì cocaina no? Opzioni legali per la foglia di coca»).
    I curatori partono da un «errore storico»: l'inserimento delle foglie di coca nella lista nera della Convenzione unica contro gli stupefacenti del 1961. Un errore che «ha cancellato nella coscienza collettiva la differenza fra la foglia di coca e la cocaina», con effetti disastrosi: militarizzazione di diverse nazioni, distruzione di superfici coltivate e forestali con le fumigazioni aeree, morti e malattie.
    Le autorità boliviane chiedono alla comunità internazionale una revisione della lista, alla luce del fatto che l'uso tradizionale delle foglie, confermato da una commissione di studio Oms/Unicri (Organizzazione mondiale della Sanità/ Istituto interregionale delle Nazioni Unite sul crimine e la giustizia), ha vari effetti positivi: energizzante (e lottare contro freddo, fame e fatica da quelle parti è un diritto umano; finché non si spazzeranno via le cause), medicinale (questa caratteristica fu scoperta nel secolo XIX e provocò una rivoluzione nella scienza medica; poi però vennero i sostituti di sintesi, un mercato enorme). Ha poi da sempre una funzione sacrale per molte comunità, e anche economica come fonte di reddito per le aree vocate: come appunto il poverissimo Chaparé. Effetti negativi? Non sono superiori a quelli degli energetici caffé, tè, guaranà e hierva mate. Legalissimi.
    Il rapporto commissionato dall'Oms/Unicri chiedeva alle autorità sanitarie internazionali di studiare meglio i benefici terapeutici della foglia di coca e di verificare la possibilità di trasferirli in altri contesti, paesi e culture. Del rapporto si parlò alla stampa nel 1995. Potevano gli Usa tacere? No. Chiesero una revisione di questa «legittimazione al consumo di droga» minacciando di tagliare i fondi. Risultato: il rapporto non è mai stato pubblicato e la lista del 1961 non è mai stata toccata. E gli Usa hanno colto l'occasione per mantenere piedi e armi nel cortile di casa.
    Certo la questione non è semplicissima: i contadini che coltivano la foglia di coca, la quale sarà poi da tutt'altri lavorata con cloridrato in cocaina, e quelli che la coltivano per usi tradizionali, energetici e medicinali, in fondo seminano e raccolgono la stessa pianta e fanno parte della stessa popolazione impoverita. Ma, sottolinea il quaderno del Tni, bisogna separare le politiche riguardanti la mera attività agricola da quelle sulla destinazione finale del prodotto. Finora, invece, tutti gli sforzi si sono diretti alla repressione dell'offerta nel campo. Il ritiro della foglia andina dalla famosa lista nera aprirebbe la strada a una sua rivalorizzazione, anche per promuoverne un mercato esterno ora proibito.
    Le opzioni extra-cocaina, in grado di procurare un notevole valore aggiunto, vanno dall'impiego anestetico, analgesico, energizzante, cosmetico a quello alimentare. Infine si potrebbe creare, avanza il Tni, un ponte fra gli usi tradizionali della foglia di coca e il movimento per la riduzione del danno in riferimento ai cocainomani. È l'approccio della «rieducazione della domanda», con la sostituzione della cocaina raffinata con una forma più sana di assorbire le proprietà della coca. Basterebbe guardare ai popoli dell'Amazzonia brasiliana che da tempo trasformano le foglie di ypadù (la «coca» locale) in una polvere molto fine di facile assunzione. Rimarrebbe da assicurare un vero guadagno ai coltivatori e agli «inventori». Un commercio equo internazionale della foglia e dei suoi trasformati legali.Il presidente boliviano Evo Morales si recherà presto in India per avviare con le autorità di Nueva Delhi il commercio di infusi di coca. Il viaggio è stato concordato dopo la visita a La Paz di alcuni dirigenti dell'impresa indiana Jindal Steel and Power.
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